La Regina Rossa
Aggiornato il 1 giugno 2026
Quando il terreno accelera
La Regina Rossa dice ad Alice: «Qui devi correre più che puoi, per restare nello stesso posto.»
Per gran parte della nostra storia abbiamo corso abbastanza. Il cricchetto culturale girava nella direzione giusta: ogni generazione partiva da dove la precedente si era fermata. Conoscenza accumulata, non ripetuta. Strumenti trasmessi, non reinventati. Storie raccontate, attenzione condivisa, tempo per stare nel vuoto.
Poi il terreno ha accelerato. E correre alla stessa velocità di prima ha smesso di bastare.
Questo è l’ultimo capitolo prima degli strumenti. Tiene insieme tutto quello che le parti precedenti hanno costruito: il cervello che nasce incompleto, il fuoco, la narrazione, le funzioni esecutive, i bias. Non per allarmare. Per mettere a fuoco la posta in gioco — e poi, nella Parte 9, fare qualcosa.
8.1 Cervello lento, mondo veloce
C’è un dato di fondo, e regge senza bisogno di gonfiarlo: il cervello umano si finisce tardi. Le spine sinaptiche della corteccia prefrontale — la regione che pianifica, frena gli impulsi, regge l’attenzione — continuano a essere rimodellate fino alla terza decade di vita, molto più a lungo che in qualsiasi altro primate (Petanjek et al., 2011). Gli autori la chiamano neotenia: una lentezza che è il nostro vantaggio, non il nostro difetto. Restiamo plasmabili a lungo perché è dentro quella finestra lunga che l’ambiente ci costruisce.
Le funzioni esecutive — memoria di lavoro, controllo inibitorio, flessibilità cognitiva — si sviluppano dentro quella finestra, e si sviluppano se l’ambiente le allena (Diamond, 2013). Non sono un dono che arriva da solo a una certa età. Sono una competenza che cresce con l’uso, come un muscolo.
Qui sta il punto. Per migliaia di anni l’ambiente che incontrava quel cervello lento forniva, senza progettarlo, le condizioni che lo allenavano:
Il tempo vuoto — ore senza niente da fare, in cui la mente si parla da sola, consolida, immagina. L’assenza di stimoli che costringe a generarli dall’interno. La narrazione condivisa, che chiede di tenere a mente una trama, non interrompere, cambiare prospettiva. L’attesa — volevi qualcosa, dovevi aspettarlo — che allena la tolleranza alla frustrazione.
L’ambiente digitale non è “troppo tempo davanti a uno schermo”. Il problema non è la quantità. È che quelle quattro condizioni sono state, una a una, rese facoltative. Il tempo vuoto si riempie al primo segnale di noia. L’attesa è quasi sparita. La narrazione condivisa cede al consumo individuale, ognuno sul proprio schermo.
Ecco la dinamica della Regina Rossa applicata allo sviluppo. Finché era l’ambiente a fornire da sé quelle condizioni, bastava lasciar fare: il muscolo si allenava da solo. Ora che l’ambiente le toglie, restare fermi non basta più. Serve correre — allenare di proposito ciò che prima si allenava da sé — anche solo per restare nello stesso posto.
In Svizzera, lo studio MIKE 2021 (ZHAW, su 1059 bambini fra i 6 e i 13 anni) registra che già a 10-11 anni l’uso quotidiano dei media fa un salto netto, e che più della metà dei bambini ha un proprio cellulare. Un dato puntuale sul tempo-schermo dei bambini ticinesi fra gli 8 e i 12 anni, in ore, non esiste in modo verificabile — e non serve gonfiarlo per vedere il fenomeno: le condizioni che allenavano l’attenzione sono diventate l’eccezione invece della regola.
Non è una colpa dei bambini, né dei genitori. È un ambiente che ha tolto l’allenamento, e si stupisce che il muscolo sia debole.
8.2 Quando i freni sono meno allenati
Nella Parte 6 abbiamo incontrato l’apofenia: la tendenza del cervello a vedere connessioni dove ci sono solo coincidenze. Non è un difetto, è un’eredità. Per chi viveva nella savana, scambiare un cespuglio per un predatore costava poco; non vedere il predatore costava tutto. Il cervello ha imparato a vedere pattern in eccesso.
Vedere pattern è automatico e veloce. Verificarli no: chiede di fermarsi, distinguere correlazione da causa, tollerare l’incertezza di un «non lo so ancora». È un lavoro che poggia sulle funzioni esecutive — sull’attenzione che regge e sul controllo che frena la risposta immediata.
Qui la ricerca dice qualcosa di preciso, e conviene dirlo per quello che è, senza forzarlo. Whitson e Galinsky (2008) hanno mostrato, in una serie di esperimenti, che le persone messe in condizione di scarso controllo vedono più pattern illusori: immagini nel rumore, correlazioni inesistenti, persino cospirazioni. E Pennycook e Rand (2019) hanno trovato che chi tende a un pensiero più riflessivo riconosce meglio le notizie false da quelle vere — non per schieramento politico, ma per quanto si ferma a ragionare.
Sono correlazioni, non un meccanismo che parte dagli schermi e arriva al complottismo. Nessuno ha dimostrato una catena causale così. Ma indicano la posta in gioco, ed è una posta seria: la capacità di reggere l’incertezza e di verificare prima di credere si appoggia su attenzione e riflessione — esattamente le cose che un ambiente senza tempo vuoto allena di meno.
Conviene tenere separate due frasi. La prima è ciò che i dati dicono, ed è limitata ma solida: la verifica è un lavoro, e quel lavoro si appoggia su attenzione e riflessione. La seconda è ciò che da lì possiamo ipotizzare, e va tenuta per ipotesi: se le condizioni che allenano attenzione e riflessione si assottigliano, è ragionevole attendersi che quel lavoro diventi più raro e più faticoso. Non è una previsione dimostrata, e nessuno degli studi citati la dimostra. È la posta in gioco — e basta a giustificare di occuparsene, senza bisogno di trasformarla in un allarme che i dati non reggono.
8.3 Tre terreni dove si vede la stessa cosa
Tre esempi, da leggere come illustrazioni di una lente — non come prove di una catena causale.
La crescita esponenziale. Il cervello ragiona per linee rette: dieci oggi, venti domani, trenta dopodomani. I contagi, all’inizio di un’epidemia, non vanno così: raddoppiano. Durante la pandemia di COVID-19, Lammers, Crusius e Gast (2020) hanno mostrato sperimentalmente che le persone sottostimano sistematicamente la crescita esponenziale, immaginandola lineare — e che bastano poche righe di spiegazione per correggere quella percezione e aumentare il sostegno alle misure di contenimento. Non è stupidità. È un cervello tarato su un mondo che cambiava piano, davanti a numeri che cambiano in fretta.
Il rischio graduale. Un pericolo che cresce poco alla volta — un grado in più nel corso di decenni — non attiva la stessa risposta di una minaccia immediata. Il cervello “sente” ciò che è acuto e vicino, fatica con ciò che è lento e lontano. È lo stesso limite di percezione della crescita esponenziale, applicato al tempo lungo. Non rende le persone cieche; rende la proiezione un lavoro che va fatto con metodo, perché l’istinto da solo non lo fa.
Le risposte semplici a problemi complessi. Una crisi economica ha cause molteplici e intrecciate. Una spiegazione a colpevole unico è più facile da afferrare, emotivamente più soddisfacente, e quasi sempre falsa. Qui ritornano Whitson e Galinsky — con la stessa cautela di prima, sono correlazioni misurate in laboratorio: quando il controllo percepito cala, la tentazione di trovare un pattern ordinato — un disegno, un responsabile — aumenta. La democrazia chiede ai cittadini il lavoro opposto: reggere la complessità, tollerare l’ambiguità, valutare le prove. È un lavoro che costa, e che si appoggia sulle stesse capacità — attenzione, memoria di lavoro, controllo inibitorio — di cui parla questa serie (Diamond, 2013).
Tre terreni diversi, una posta comune: in tutti, la differenza la fa la capacità di fermarsi a ragionare invece di seguire la prima impressione. Non è un destino. È una competenza — allenabile.
8.4 Una classe, in controluce
Pensa a una classe. Non una in particolare: il ritratto composito di ciò che molti docenti ticinesi descrivono, quando parlano onestamente fra colleghi.
I bambini funzionano — non è una questione di intelligenza. Ma le finestre di attenzione sostenuta si sono accorciate. L’istruzione in due passaggi ne lascia per strada uno. La lettura di poche pagine torna indietro con un «non ho capito» detto prima di averci provato. La metafora che gira nelle aule docenti è quasi sempre la stessa: motori che funzionano, ma con finestre di funzionamento corte. Non «non possono». «Possono per poco, e poi il motore si spegne.»
C’è un paradosso che molti riconoscono. Sai cosa servirebbe — meno frammentazione, più tempi lenti, spazi per pensare. Ma quando rallenti, il vuoto non si riempie di riflessione: si riempie di disagio, e il disagio cerca subito uno stimolo, qualunque stimolo. Così acceleri di nuovo, frammenti, tieni tutti occupati. La classe regge. E sai di star facendo l’opposto di ciò in cui credi.
Non è un fallimento del docente. È un sistema che chiede a una persona di compensare da sola, in venti ore a settimana, condizioni che il resto della giornata smonta. Lo si vede anche in un dato verificabile e citabile: in Canton Ticino, la ricerca SUPSI-DFA Lavorare a scuola (2017, su 2741 docenti) ha rilevato che circa un docente su cinque è sopra la soglia di vigilanza per il rischio di esaurimento. Non quattro su dieci «in esaurimento clinico» — quella cifra, che a lungo è circolata, non aveva una fonte. Un docente su cinque è già un numero che pesa, e non ha bisogno di essere gonfiato per chiedere attenzione.
Una nota su questa scena. La classe descritta sopra è composita: non è un caso documentato, ma il ritratto di osservazioni ricorrenti. I dati istituzionali citati (SUPSI 2017) sono invece verificati. La scena è un dispositivo onesto; il numero che la accompagna è reale.
8.5 I semi, raccolti
Questa serie ha piantato dei semi, parte dopo parte. È il momento di raccoglierli — non come rivelazione, ma come messa a fuoco.
Il paradosso del docente della Parte 0 ora ha una spiegazione: chi insegna chiede ai bambini capacità che l’ambiente fuori dall’aula allena sempre meno. Non è incoerenza dell’insegnante; è uno scarto fra ciò che la scuola richiede e ciò che il resto della giornata costruisce.
L’apofenia ha un nome, un’eredità evolutiva e una posta: vedere pattern è automatico, verificarli è lavoro, e quel lavoro poggia su attenzione e riflessione.
Il vantaggio della narrazione — ricordiamo le storie meglio dei dati — resta un vantaggio, ma diventa vulnerabilità quando una storia emotivamente potente è anche falsa, e manca l’abitudine a fermarsi e verificare.
E il filo lungo «tre milioni di anni fa»: dall’australopiteco al dilemma ostetrico, dalla neotenia al fuoco, dal fuoco alla narrazione, dalla narrazione alle funzioni esecutive. Stessa traiettoria, stessa vulnerabilità, stessa necessità — condizioni adeguate perché un cervello lento si costruisca bene.
La candela di cui parlava Sagan — la scienza come piccola luce contro il buio — non si spegne da sola. Resta accesa finché qualcuno tiene allenata la capacità di distinguere il segnale dal rumore. Questo, non un destino, è ciò che è in gioco.
8.6 La via d’uscita: equipaggiare, non proteggere
Non possiamo togliere l’ambiente digitale dalla vita dei bambini. Sarà il loro mondo. Possiamo equipaggiarli: funzioni esecutive allenate, capacità di distinguere ciò che regge da ciò che non regge, strumenti per scegliere invece di essere scelti.
La Regina Rossa insegna che stare fermi significa arretrare. Per gran parte della nostra storia abbiamo corso abbastanza — non per genetica, ma per trasmissione culturale: ogni generazione costruiva sulle condizioni che la precedente le aveva lasciato. L’ambiente digitale ha accelerato il terreno. E se quelle condizioni si erodono, il cricchetto può girare nella direzione opposta — non in millenni, in poche generazioni.
C’è una differenza, però, e cambia tutto. La Tasmania, isolata, perse alcune tecnologie per caso. Noi rischiamo di perdere allenamento cognitivo per come abbiamo organizzato l’ambiente — volontariamente, per comodità. «Per come l’abbiamo organizzato» vuol dire che possiamo organizzarlo diversamente.
Non serve tornare al fuoco. Serve capire cosa il fuoco forniva — tempo, attenzione condivisa, storie, attesa — e ricreare quelle condizioni con altri mezzi: controambienti, alleanze fra scuola e famiglia, istituzioni che sostengono invece di lasciare soli. Sono parole ancora vaghe, e restano vaghe qui di proposito: la Parte 9 prova a tradurle in cosa fare davvero, in classe, in famiglia, nel sistema.
La scelta è nostra.
Questo articolo è stato rivisto nel giugno 2026: dati e fonti sono stati riallineati alle fonti primarie verificate, e sono state rimosse alcune affermazioni che la ricerca non sostiene.
Fonti scientifiche (7)
- Diamond, A. (2013). "Executive Functions." Annual Review of Psychology, 64, 135-168 . ↗︎ fonte
- Lammers, J., Crusius, J., & Gast, A. (2020). "Correcting misperceptions of exponential coronavirus growth increases support for social distancing." Proceedings of the National Academy of Sciences, 117(28), 16264-16266 . ↗︎ fonte
- Petanjek, Z., Judaš, M., Šimić, G., Rašin, M. R., Uylings, H. B. M., Rakic, P., & Kostović, I. (2011). "Extraordinary neoteny of synaptic spines in the human prefrontal cortex." Proceedings of the National Academy of Sciences, 108(32), 13281-13286 . ↗︎ fonte
- Pennycook, G., & Rand, D. G. (2019). "Lazy, not biased: Susceptibility to partisan fake news is better explained by lack of reasoning than by motivated reasoning." Cognition, 188, 39-50 . ↗︎ fonte
- Whitson, J. A., & Galinsky, A. D. (2008). "Lacking control increases illusory pattern perception." Science, 322(5898), 115-117 . ↗︎ fonte
- Zürcher Hochschule für Angewandte Wissenschaften (ZHAW) (2021). "MIKE-Studie 2021: Medien, Interaktion, Kinder und Eltern." Dipartimento di Psicologia Applicata, ZHAW. Campione: 1059 bambini 6-13 anni, rappresentativo per la Svizzera . ↗︎ fonte
- Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI-DFA) (2017). "Lavorare a scuola: indagine sul benessere e il disagio dei docenti nel Canton Ticino." SUPSI, Dipartimento formazione e apprendimento. Campione: 2741 docenti . ↗︎ fonte