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Prima del Compromesso


Quando Tutto Funzionava (Troppo Bene)

Immagina di svegliarti 3 milioni di anni fa nella savana africana orientale. Il tuo primo pensiero non è “cosa farò oggi?” ma “dove trovo cibo prima che il sole diventi letale?”. Il secondo: “come evito di diventare io stesso il pranzo di qualcuno?”.

Non c’è tempo per pensare ad altro. Non c’è spazio per pensare ad altro.

Questa era la vita quotidiana di Australopithecus africanus – i nostri antenati diretti che camminavano già eretti su quelle pianure tra 4 e 2 milioni di anni fa. E la cosa pazzesca è questa: per 2 milioni di anni, quella vita funzionò perfettamente. Nessuna evoluzione drastica. Nessun salto cognitivo. Nessuna innovazione tecnologica rilevante.

Perché? Perché il loro cervello da 400-500 centimetri cubici era adeguato. Non “primitivo” – un concetto teleologico che dobbiamo abbandonare. Semplicemente: sufficiente per quell’ambiente.

Ma quella perfezione nascondeva una vulnerabilità letale. E quando l’ambiente cambiò, la selezione naturale avviò i suoi “motori” e fece il suo lavoro.


La Savana Che Ci Ha “Fatti Così”

Prima di andare avanti, serve chiarire un concetto che useremo costantemente: EEA – Environment of Evolutionary Adaptedness.

EEA: L’insieme di pressioni selettive che plasmano una specie nell’arco di milioni di anni. Non è un luogo specifico, ma un sistema di vincoli ambientali. Esempio EEA savana: i predatori notturni selezionavano alla riproduzione chi dormiva sugli alberi, escludendo chi restava a terra. Chi restava a terra moriva, senza possibilità di trasmettere i suoi geni. Chi sopravviveva trasmetteva i suoi geni e le sue abitudini. Questa pressione selettiva costante ha promosso il fatto che i tratti “dormi in alto” e “temi chi di notte sta in basso” diventassero universali nella specie; non è un caso che da bambini noi esseri umani abbiamo paura del mostro sotto il letto.

Per gli australopitechi, l’EEA era principalmente la savana africana orientale tra 4 e 2 milioni di anni fa:

  • Clima: Alternanza stagionale secca/umida, temperature prevedibili
  • Vegetazione: Praterie aperte con boschetti sparsi di acacie
  • Predatori: Leopardi, iene, leoni delle caverne (tutti notturni)
  • Risorse: Tuberi, frutti stagionali, piccoli animali, carogne occasionali
  • Socialità: Gruppi 20-50 individui, gerarchia semplice

Questo ambiente selezionava tratti specifici: bipedismo parziale (camminata eretta ma ancora arrampicata), coordinazione visuo-motoria (evitare predatori e procurarsi cibo), competenze sociali basilari (cooperazione nella protezione del gruppo). Ma non selezionava intelligenza astratta, né linguaggio complesso, né capacità narrative o simboliche. Perché? Semplicemente perché non erano necessarie alla sopravvivenza. L’ambiente era stabile. Le soluzioni ai problemi quotidiani erano state trovate milioni di anni prima e venivano trasmesse geneticamente – non culturalmente.

E qui sta il paradosso: quella stabilità sarebbe diventata una trappola.


14 Ore al Giorno per Sopravvivere

Se osservi un gorilla contemporaneo – nostro parente più vicino tra i grandi primati – passa 5-7 ore al giorno masticando. Foglie crude, radici fibrose, cortecce resistenti. La dentatura robusta e i muscoli masticatori possenti sono strumenti perfetti per questo lavoro incessante (Bogin, 1997).

Australopithecus africanus seguiva lo stesso schema. Analisi dell’usura dentale mostrano una dieta basata su alimenti crudi che richiedevano masticazione prolungata. Probabilmente un po’ meno dei gorilla – diciamo 5-6 ore – grazie a una dieta più varia che includeva tuberi, frutti e, occasionalmente, piccoli animali.

In ogni caso la gran parte delle ore diurne veniva impiegata in questa attività meccanica, ripetitiva, cognitivamente poco impegnativa. E senza energia sufficiente non si sopravvive. Quindi quella masticazione, per quanto noiosa, era letteralmente una questione di vita o morte.

Quando il sole tramontava, iniziava il secondo grande vincolo: sopravvivere alla notte. La savana africana di 3 milioni di anni fa era popolata da predatori notturni molto efficienti – leopardi, iene, felini di grossa taglia (…sarà mica che anche la paura del buio abbia quindi un senso?). Gli australopitechi cercavano rifugio sugli alberi. La loro anatomia lo permetteva ancora: bacino relativamente largo, braccia lunghe, agilità arboricola conservata.

Ma questo significava notti di vigilanza, costante stato di allerta, non di riposo profondo. Chi sopravviveva alla notte, all’alba ricominciava da capo: trova acqua, trova cibo, trova un luogo sicuro al di fuori dalla portata dei tuoi predatori dove assimilarlo, mastica per ottenere l’energia necessaria. Entro il tramonto, trova un luogo sicuro per sopravvivere alla notte. Una giostra che, se va bene, riparte ad ogni alba. Un solo errore fa la differenza fra la vita e la morte. La pressione selettiva era chiara: sopravvivi oggi, riproduciti se riesci, trasmetti i tuoi geni. Non c’era spazio né tempo per altro.

Un ciclo che si ripeteva identico ogni giorno. Per 2 milioni di anni.


Troppo Stabili per Evolversi

Ed è qui che dobbiamo soffermarci un istante: gli australopitechi erano in un equilibrio evolutivo quasi perfetto. Il loro cervello era adeguato per quell’ambiente. Il loro corpo era adeguato per il cibo e l’energia disponibile. Il loro comportamento sociale era adeguato per le minacce presenti.

La selezione naturale non favorisce il cambiamento quando il presente è “sufficientemente buono”. E per 2 milioni di anni, per gli australopitechi, il presente fu sufficientemente buono. Non era necessario nessun impulso verso cambiamenti che li avrebbero avvicinati al divenire umani: cervelli più grandi? No, troppo costosi energeticamente e non necessari. Innovazioni culturali? No, le innovazioni che funzionavano venivano trasmesse geneticamente, non serviva accumulare cultura. Non c’era quindi nessun premio, per esempio, per la curiosità fine a sé stessa.

L’evoluzione li aveva accomodati in una “comfort zone” – una configurazione che funzionava bene per le condizioni presenti, e che quindi non lasciava spazio per salti verso traiettorie evolutive non necessarie. La vita era breve (25-30 anni massimo), brutale (mortalità infantile probabilmente >50%), precaria (tracce di morte violenta da predazione sulle ossa fossili). Ma funzionava quanto bastava per trasmettere i geni alla generazione successiva. I predatori attraverso la predazione controllavano la crescita della popolazione: l’ecosistema era in equilibrio.

In un’ottica evolutiva, “funzionare abbastanza” è tutto ciò che conta.

Ma le condizioni e i contesti prima o poi cambiano. La domanda non è mai se, ma quando.


🔍 FINESTRA: Il quadrupede che volle camminare

Ci siamo alzati in piedi. Ma il progetto originale era per quattro zampe.

I seni nasali? Progettati per drenare verso il basso — in un quadrupede. In posizione eretta, drenano verso l’alto. Risultato: sinusite cronica, unica tra i primati.

La colonna vertebrale? Un arco orizzontale riadattato a torre verticale. Risultato: ernie, lordosi, scoliosi — il mal di schiena è epidemia umana.

Se un ingegnere presentasse questo progetto, verrebbe licenziato.

→ Approfondimento: F1 – Progetto Quadrupede


Quando Il Clima Decise Per Noi

Ma tra 2.5 e 2 milioni di anni fa, qualcosa cominciò a cambiare nelle registrazioni fossili. Appaiono nuove specie del genere Homo – H. habilisH. rudolfensis – con capacità craniche leggermente maggiori (600-800cc). Non è un salto drammatico. Ma è abbastanza per indicare che le pressioni selettive stavano cambiando.

Cosa stava succedendo?

L’ambiente si stava destabilizzando:

  • Cicli climatici più intensi: Le temperature oscillavano più rapidamente, le stagioni diventavano meno prevedibili
  • Savana espansa, riduzione aree forestali: Meno rifugi arboricoli, più esposizione a predatori in spazi aperti
  • Competizione aumentata: Più specie di ominini competevano per le stesse risorse limitate
  • Predatori più efficienti: Presenza di felini specializzati nella caccia in spazi aperti

Quello che per 2 milioni di anni era stato un vantaggio – essere perfettamente adattati a un ambiente stabile – divenne improvvisamente un rischio. Le vecchie soluzioni non funzionavano più abbastanza bene.

In un ambiente stabile, l’innovazione è un rischio. In un ambiente instabile, l’innovazione diventa una necessità di sopravvivenza.


Cervello Grande o Bacino Stretto: Scegli

La risposta evolutiva non tardò ad arrivare. Fu doppia. E qui viene il bello.

Pressione selettiva 1: Bipedismo Completo

André Leroi-Gourhan, paleontologo francese, lo disse con lucidità disarmante: “La storia dell’umanità inizia con i piedi” (citato in Pievani, 2019, p.143).

Non con il cervello grande. Non con il linguaggio. Non con la tecnologia. Inizia con un compromesso anatomico radicale: camminare eretti su due gambe in modo completo – non più il bipedismo parziale degli australopitechi che conservavano agilità arboricola.

Vantaggi evidenti:

  • Efficienza energetica: Meno calorie spese per percorrere lunghe distanze
  • Visione orizzonte: Possibilità di scrutare sistematicamente l’ambiente per predatori e risorse
  • Mani libere: Impiego e sviluppo della motricità delle mani per trasportare oggetti, manipolare strumenti

Ma Pievani (2019, p.136) documenta anche il prezzo: il bipedismo fu “la più imperfetta delle rivoluzioni”. Per camminare in maniera davvero efficiente su due gambe, il bacino doveva restringersi, così da ridurre progressivamente l’oscillazione. Il corpo veniva sospeso verticalmente sul tratto intestinale, bilanciato in modo precario sulla seconda vertebra sacrale (S2). In tutto questo nuovo setting posturale andava sostenuto il peso del cranio.

Le conseguenze le conosci personalmente: mal di schiena cronico, ernie del disco, piedi piatti,… Nessun quadrupede soffre di questi problemi. Queste sono le vulnerabilità biomeccaniche che conseguono il bipedismo.

Pressione selettiva 2: Cervelli Più Grandi

Un ambiente instabile richiedeva capacità nuove: tornavano utili competenze di pianificazione a lungo termine, memoria episodica (ricordare dove trovasti cibo la settimana precedente), coalizioni sociali complesse per coordinare difesa e caccia.

Questo innescò la pressione selettiva verso capacità craniche maggiori: 600cc (H. habilis) → 900cc (H. erectus) → 1,350cc (H. sapiens).

Ma cervelli più grandi costano energia. Il cervello australopiteco consumava ~8-10% del metabolismo basale. Il cervello umano moderno consuma ~20-25%. Per far sì che venga selezionato un organo energeticamente più costoso serve un ritorno chiaro in termini di fitness – termine usato per definire la capacità di sopravvivere e riprodursi di un individuo.

E qui abbiamo il nesso: in ambiente instabile, quel ritorno c’era: chi pianificava meglio, chi ricordava più informazioni, chi coordinava meglio il gruppo aveva probabilità maggiori di sopravvivere e di trasmettere quei tratti alle generazioni successive.


La Testa Non Passa

E qui arriviamo al dilemma ostetrico (Wittman & Wall, 2007).

Pievani (2019, p.142) descrive il vincolo con chiarezza brutale: con la postura eretta completa, due pressioni selettive – intelligenza e mobilità – generano frizione, un conflitto anatomico diretto. Perché? Perché non puoi far nascere teste sempre più grandi attraverso bacini sempre più stretti. E a nulla serve selezionare tratti vantaggiosi per l’ambiente se essi stessi ostacolano la riproduzione. La frizione tra queste due pressioni selettive stava portando a un collo di bottiglia evolutivo catastrofico.

Due vantaggi evolutivi. Entrambi necessari per sopravvivere. Anatomicamente incompatibili. Come fare?


O Cambi Tutto, O Muori

E così arriviamo alla domanda che definisce tutto ciò che seguirà:

Come far nascere un cranio sempre più grande attraverso un bacino sempre più stretto?

Le opzioni erano limitate:

Opzione A: Bacino più largo → camminata meno efficiente → svantaggio energetico → ridotte capacità di crescere e riprodursi

Opzione B: Cranio più piccolo → cervello limitato → nessun vantaggio cognitivo innovativo → nessuna capacità di adattamento all’ambiente che cambia

Opzione C: Compromesso radicale che risolve le frizioni fra A e B permettendo alle stesse di coesistere, ma dalle conseguenze imprevedibili

Indovinate un po’? Attraverso la selezione naturale l’evoluzione trovò il modo di far passare cervelli sempre più grandi in bacini sempre più stretti optando per la C.

Ma quella soluzione avrebbe trasformato radicalmente cosa significa essere umani.

Ci rese la specie più vulnerabile alla nascita e la più potente da adulta.

Com’è possibile?

La risposta sta in una strategia evolutiva così radicale da riprogettare il nostro corpo, il nostro cervello, le nostre società. E le conseguenze di quella strategia le viviamo ogni giorno: quando un bambino di cinque anni non comprende le conseguenze delle proprie azioni, quando a otto ha bisogno di supervisione costante, quando a quattordici fatica a pianificare i compiti.

Non sono difetti. Sono il prezzo — e il potere — di quella soluzione evolutiva apparentemente impossibile.


Bibliografia

Bogin, B. (1997). Evolutionary hypotheses for human childhood. Yearbook of Physical Anthropology, 40, 63-89. DOI: 10.1002/(SICI)1096-8644(1997)25+<63::AID-AJPA3>3.0.CO;2-8

Pievani, T. (2019). Imperfezione: Una storia naturale. Milano: Raffaello Cortina Editore. [pp. 136, 142-143]

Wittman, A. B., & Wall, L. L. (2007). The evolutionary origins of obstructed labor: Bipedalism, encephalization, and the human obstetric dilemma. Obstetrical & Gynecological Survey, 62(11), 739-748. DOI: 10.1097/01.ogx.0000286584.04310.9c


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Gabriele Balog

Teacher