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“La Scuola? Solo un circo pieno di pagliacci”: Come le Nostre Parole Forgiano il Loro Futuro

 

Il paradosso della profezia che si autoavvera

Immaginate di dire a vostro figlio, settimana dopo settimana: “Troppi compiti, è assurdo! La maestra assegna esercizi inutili che vi stressano senza senso” oppure “La prof non sa spiegare, mortifica i bambini davanti a tutti” o ancora “Tanto nella vita reale non userai mai questa roba, la scuola è un parcheggio”. E lui, anni dopo, abbandonata la scuola al primo ostacolo, vi ringrazia per averlo reso campione di disaffezione e scarso impegno. Paradossale?

Eppure accade più spesso di quanto pensiamo. Le parole che pronunciamo a casa – spesso mosse da frustrazione genuina, da giornate estenuanti, da riunioni scolastiche frustranti – forgiano silenziosamente il rapporto che nostro figlio costruisce con l’apprendimento. E quando i voti crollano, quando la motivazione svanisce, tendiamo a cercarne le cause fuori: la scuola inadeguata, gli insegnanti impreparati, i compagni cattive influenze.

Questa è l’essenza del bias di attribuzione esterna: incolpare sistemi e istituzioni invece di riflettere sulla narrazione che stiamo costruendo in famiglia. Ma c’è una notizia difficile da accettare e insieme liberatoria: la scuola non può e non deve risolvere da sola i problemi relazionali, emotivi e identitari dei nostri figli. È tempo di trasformare la delega totale in responsabilità condivisa.

Il peso insostenibile sulle spalle della scuola

Negli ultimi decenni, abbiamo progressivamente scaricato sulla scuola funzioni che vanno ben oltre l’insegnamento disciplinare. Gli insegnanti oggi si trovano a:

  • Mediare tra famiglie disfunzionali, gestendo conflitti che nascono a casa e esplodono in classe
  • Sopperire a mancanze relazionali, diventando figure di riferimento emotivo per bambini che vivono in solitudine affettiva
  • Riconnettere gli studenti con sé stessi, compensando la mancanza di spazi riflessivi in famiglia

Le conseguenze? Burnout epidemico tra gli insegnanti, spirali negative che si autoalimentano (malelingue dei genitori → cali nelle prestazioni degli studenti → più sfiducia nella scuola), e un sovraccarico sistemico che rende impossibile svolgere efficacemente anche il compito primario: insegnare.

La ricerca sulla funzione riflessiva genitoriale – la capacità dei genitori di comprendere e dare senso agli stati mentali propri e del figlio – mostra chiaramente come questa competenza sia fondamentale per lo sviluppo emotivo dei bambini[^1]. Quando questa funzione è compromessa, i figli entrano nell’adolescenza con basi fragili, costruendo personalità che compensano disfunzionalmente le carenze relazionali o necessitano di supporto psicoterapeutico intensivo[^2].

Il dato allarmante? L’adolescenza si anticipa sempre più, arrivando su fondamenta relazionali sempre più instabili[^3]. E la scuola, da sola, non può riparare ciò che si è rotto – o non si è mai costruito – in famiglia.

La radice nascosta: quando i genitori faticano con sé stessi

C’è un elefante nella stanza di cui raramente parliamo: molti genitori non entrano in relazione autentica con i propri figli perché faticano a stare in relazione con sé stessi.

Ferite personali non elaborate, traumi irrisolti, stress lavorativo cronico – tutto questo crea una distanza emotiva che viene razionalizzata come “mancanza di tempo”. I caregivers iper-attivi professionalmente (e nessun giudizio qui: viviamo in una società che impone ritmi insostenibili) spesso adottano inconsapevolmente una strategia di “dividi et impera” rispetto alle proprie vite: eccellere al lavoro, delegare tutto il resto.

Gli esiti per i bambini sono misurabili:

  • Vivono la scuola come obbligo, non come opportunità di scoperta
  • Sviluppano personalità fragili e proiettano all’esterno le cause dei propri problemi
  • Mancano di quella “base sicura” emotiva che permette di affrontare frustrazioni e fallimenti

E quando le difficoltà emergono, il riflesso automatico è cercare un responsabile esterno. “La scuola non funziona” diventa la narrazione confortante che ci solleva dalla responsabilità di guardarci dentro.

Comunità educante: quando la responsabilità si condivide

Ma c’è un’alternativa concreta alla delega totale e al senso di colpa paralizzante. Si chiama comunità educante: un ecosistema dove scuola, famiglie e servizi territoriali lavorano insieme, ciascuno nel proprio ruolo, per sostenere la crescita dei bambini.

Cruciale: la scuola diventa uno degli attori, non l’hub universale che deve risolvere tutto. Questo approccio non è utopia teorica – funziona già in diversi contesti internazionali.

Modelli che funzionano nel mondo reale

Paese/Modello Caratteristiche Chiave Impatto su Famiglie
Nordici (Svezia, Norvegia) Congedi parentali lunghi, welfare integrato, coordinamento scuola-servizi sociali-sanitari[^4] Tempo protetto per costruire relazioni, equilibrio lavoro-vita realmente sostenibile[^5]
Community Schools (USA/UK) Scuola come hub fisico con servizi esterni (supporto psicologico, doposcuola, formazione genitori), governance condivisa[^6] Coinvolgimento famiglie “a tempo zero” via app e rituali brevi, abbattimento barriere logistiche[^7]
Whole Child Approach Benessere globale dello studente attraverso partnership scuola-famiglia-territorio[^8] Riduzione delega, rafforzamento corresponsabilità educativa[^9]

Questi modelli non sono perfetti né esportabili “chiavi in mano” – ogni contesto ha le sue specificità. Ma dimostrano che integrare la scuola in una rete più ampia funziona. Le famiglie non devono fare tutto da sole, né delegare tutto alla scuola. C’è una terza via.

Cosa possiamo fare noi, oggi, in famiglia

Il cambiamento sistemico richiede tempo, riforme, investimenti. Ma c’è molto che possiamo fare ora, in casa nostra, prima ancora che le istituzioni si muovano.

Shift personale: il linguaggio che usiamo

Da: “La scuola fa schifo, gli insegnanti non capiscono nulla di tuo figlio” A: “Cosa ti ha incuriosito oggi a scuola? C’è qualcosa che vorresti approfondire?”

Questo spostamento linguistico non è cosmetico. Riflette un cambio di paradigma: da attribuzione esterna (dare la colpa) a curiosità autentica (costruire insieme). I bambini assorbono la nostra narrazione sulla scuola e la fanno propria. Se percepiamo gli insegnanti come nemici, loro li vivranno come ostacoli. Se mostriamo rispetto e collaborazione, apriamo possibilità.

Micro-rituali quotidiani

Non serve diventare genitori perfetti (non esistono). Bastano piccole azioni coerenti:

  • 5 minuti serali: “Raccontami una cosa che hai imparato” (non “Com’è andata?”)
  • Ascolto senza giudizio: quando condivide difficoltà, prima ascoltare, poi risolvere
  • Coinvolgimento con la scuola: partecipare a un incontro genitori-insegnanti con attitudine collaborativa, non giudicante
  • Modellare riflessione: “Oggi ho sbagliato questo al lavoro, ho imparato che…” – mostrare che l’errore è parte dell’apprendimento

Questi rituali allenano la funzione riflessiva – nostra e loro. Creiamo quello spazio di pensiero condiviso che permette ai bambini di sviluppare identità solide.

Advocacy per riforme locali

Possiamo anche diventare parte attiva del cambiamento sistemico:

  • Proporre incontri tra famiglie e scuola su temi specifici (non solo “i voti”)
  • Sostenere iniziative di coordinamento scuola-territorio (biblioteche, associazioni sportive, servizi psicologici)
  • Chiedere spazi di formazione per genitori: come la scuola forma gli insegnanti, le comunità possono offrire supporto alle famiglie
  • Condividere modelli: portare esempi di community schools o approcci whole child nei consigli di istituto

Il coinvolgimento dei genitori nella governance scolastica, quando strutturato bene, riduce significativamente la delega passiva e aumenta la corresponsabilità[^10]. Non si tratta di invadere il territorio professionale degli insegnanti, ma di costruire ponti.

Dalla delega alla corresponsabilità: una visione condivisa

Immaginate una comunità dove:

  • La scuola insegna, con passione e competenza, sostenuta (non osteggiata) dalle famiglie
  • Le famiglie costruiscono relazioni autentiche con i figli, supportate da servizi territoriali accessibili
  • I servizi (psicologi, educatori, centri giovanili) collaborano con scuola e famiglie in rete coordinata
  • Nessuno porta tutto il peso, perché il peso è distribuito

Non è utopia. È ciò che accade quando smettiamo di cercare un capro espiatorio e iniziamo a costruire insieme.

La scuola non è il nemico. È un alleato, spesso sovraccarico, che ha bisogno della nostra collaborazione – non del nostro disprezzo condiviso al tavolo di casa. Quando trasformiamo la narrazione familiare, quando passiamo da “loro non capiscono” a “insieme possiamo”, non stiamo solo aiutando la scuola. Stiamo riconnettendo i nostri figli con sé stessi.

Conclusione: un passo condiviso

Non serve perfezione. Non serve essere genitori illuminati, insegnanti infallibili, servizi onnipresenti.

Basta un passo condiviso: riconoscere che il problema è complesso, che nessuno può risolverlo da solo, e che ciascuno di noi – genitore, insegnante, educatore, psicologo, amministratore – ha un ruolo complementare.

Le parole che pronunciamo oggi a casa forgeranno il rapporto che nostro figlio avrà con l’apprendimento, con l’autorità, con sé stesso. Possiamo scegliere parole che costruiscono o parole che demoliscono.

Scegliamo la costruzione. Scegliamo la comunità educante. Scegliamo di sostenere la scuola come alleato, non come capro espiatorio.

E forse, un giorno, nostro figlio ci ringrazierà non per avergli insegnato a screditare, ma per avergli mostrato cosa significa seminare, collaborare, riflettere, crescere insieme.


Note e Bibliografia

[^1]: Fonagy, P., & Target, M. (2017). “Parental Reflective Function and Child Development.” Frontiers in Psychology, 8:14. https://www.frontiersin.org/journals/psychology/articles/10.3389/fpsyg.2017.00014/full

[^2]: Sharp, C., & Fonagy, P. (2017). “The Parent’s Capacity to Treat the Child as a Psychological Agent: Constructs, Measures and Implications for Developmental Psychopathology.” Social Development, 17(3). https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC5247433/

[^3]: Developmental Psychology Research Group (2024). “Early Adolescence and Relational Foundations.” Child Development Quarterly. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11211145/

[^4]: Azets (2024). “Parental Leave Policies in the Nordic Countries.” https://www.azets.com/en/insights/parental-leave-policies-in-the-nordic-countries

[^5]: Barona Careers (2024). “Work-Life Balance in the Nordic Countries.” https://www.baronacareers.com/forum/article/work-life-balance-in-the-nordic-countries

[^6]: Coalition for Community Schools (2021). “Community Schools Research and Evidence.” https://www.communityschools.org/wp-content/uploads/sites/2/2021/05/CS_fact_sheet_final.pdf

[^7]: Observatory Wiki (2024). “The Community Schools Model.” https://observatory.wiki/The_Community_Schools_Model

[^8]: Brightwheel (2024). “The Whole Child Approach: A Complete Guide.” https://mybrightwheel.com/blog/whole-child-approach

[^9]: ASCD (2024). “The Whole Child Initiative.” https://www.ascd.org/whole-child

[^10]: Fritz+Fränzi (2024). “Come funziona il coinvolgimento dei genitori a scuola.” https://www.fritzundfraenzi.ch/it/come-funziona-il-coinvolgimento-dei-genitori-a-scuola

Gabriele Balog

Teacher