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Lo Spazio Relazionale: Il Vero Territorio dello Sviluppo

 

 

Quando il problema non è quanto usa gli schermi, ma quanto poco spazio resta

 

 

Sono le 18:30. Una madre rientra a casa dopo una giornata di lavoro, stanca ma determinata a connettersi con suo figlio di 10 anni. “Com’è andata a scuola?” chiede, mentre poggia la borsa. “Boh”, risponde lui senza alzare gli occhi dal videogioco. Lei si siede sul divano, prende il telefono per controllare le notifiche. Lui lancia un’occhiata nella sua direzione, sembra voler dire qualcosa, poi torna al suo schermo. Cinque minuti dopo, sono entrambi assorti nei loro dispositivi. La conversazione non è mai nemmeno iniziata.

E se ti dicessi che questi micro-momenti stanno modellando il cervello di tuo figlio molto più di quanto credi?

Il dibattito pubblico sul digitale si concentra quasi ossessivamente su una domanda: quante ore al giorno dovrebbe usare gli schermi mio figlio? Ma questa è la domanda sbagliata. O meglio, è solo metà della domanda giusta. L’altra metà, quella che raramente viene posta, è: quanto spazio relazionale autentico resta quando gli schermi non ci sono?

Questo articolo non parla di demonizzare la tecnologia. Parla di capire come si costruisce un cervello umano, e cosa succede quando le interazioni che dovrebbero formare quel cervello vengono sistematicamente erose.

Il cervello che si costruisce nelle relazioni

Nel 1975, due ricercatori americani, Marshall Haith e Jerome Kagan, condussero un esperimento apparentemente semplice: filmarono madri mentre interagivano con i loro neonati^[1]^. Quello che scoprirono cambiò per sempre la nostra comprensione dello sviluppo cerebrale. Non erano i contenuti specifici delle interazioni a fare la differenza – le parole esatte, i gesti particolari – ma il ritmo delle risposte.

Quando un neonato vocalizzava o guardava la madre, e lei rispondeva entro 1-2 secondi con sguardo, voce o tocco, si attivavano cascate neurochimiche specifiche nel cervello del bambino. Quando invece la madre era distratta, ansiosa o semplicemente lenta nel rispondere, quelle cascate non partivano. Il cervello letteralmente si costruiva in modo diverso.

Oggi chiamiamo questo fenomeno serve-and-return, servizio e risposta, come nel tennis. Il bambino “serve” un segnale – uno sguardo, un suono, un gesto. L’adulto “risponde” in modo contingente, cioè coerente e tempestivo^[2]^. Questo scambio apparentemente banale è il mattone fondamentale con cui si costruiscono:

  • Linguaggio e comunicazione: ogni risposta dell’adulto insegna che le parole hanno effetti sul mondo
  • Regolazione emotiva: il bambino impara a calmarsi perché prima è stato calmato da qualcun altro
  • Attenzione sostenuta: la capacità di concentrarsi nasce da esperienze di attenzione ricevuta
  • Pensiero critico: porre domande e ricevere risposte articolate costruisce curiosità intellettuale

Quello che pochi genitori sanno è quanto queste micro-interazioni siano biologicamente precise. Non è sufficiente “passare tempo” con i figli. Il cervello cerca risposte contingenti – cioè connesse e tempestive. Un adulto che risponde “Mmh” mentre scorre il telefono non sta fornendo contingenza. Un genitore che dice “Dopo, ora sono occupato” per la quinta volta in un’ora sta comunicando qualcosa di molto chiaro al cervello di suo figlio: il tuo segnale non è rilevante.

Co-regolazione: quando l’adulto non c’è davvero

Alessia, 8 anni, torna da scuola in lacrime. Una compagna l’ha esclusa dal gioco durante la ricreazione. La madre, che sta preparando la cena mentre risponde a messaggi di lavoro, la sente piangere. “Dai, non è niente di grave”, dice senza voltarsi. “Vedrai che domani passa”.

Alessia smette di piangere. Non perché si sia calmata, ma perché ha imparato che comunicare la sua emozione non produce l’effetto desiderato. Il suo sistema nervoso resta attivato – cortisolo alto, battito accelerato, sensazione di minaccia – ma ora senza strategia per gestirlo.

Quello che è appena successo è il fallimento della co-regolazione, il processo attraverso cui i bambini imparano a gestire le proprie emozioni. Prima di poter auto-regolarsi, devono essere regolati da qualcun altro^[3]^. Questo non significa risolvere il problema per loro o impedire che provino emozioni difficili. Significa essere fisicamente e mentalmente presenti mentre attraversano l’esperienza emotiva.

La ricerca degli ultimi vent’anni ha mostrato qualcosa di controintuitivo: i bambini con migliore auto-controllo emotivo non sono quelli cresciuti con genitori “forti” che pretendevano controllo immediato^[4]^. Sono quelli cresciuti con adulti capaci di co-regolare, cioè di:

  1. Riconoscere l’emozione (“Vedo che sei davvero arrabbiato”)
  2. Accettarne la legittimità (“Ha senso che tu ti senta così”)
  3. Restare calmi mentre il bambino non lo è (il loro sistema nervoso usa il tuo come riferimento)
  4. Aiutare a dare nome e capire (“Forse ti senti escluso?”)
  5. Accompagnare verso una strategia (“Cosa potrebbe aiutarti a sentirti meglio?”)

Quando questo processo viene ripetuto centinaia di volte nel corso degli anni, il bambino interiorizza la sequenza. La voce calmante dell’adulto diventa una voce interiore. La capacità dell’altro di restare presente diventa capacità propria di non farsi travolgere.

Ma la co-regolazione richiede una risorsa sempre più scarsa: presenza mentale piena. Non puoi co-regolare tuo figlio se stai pensando alla riunione di domani. Non puoi offrire il tuo sistema nervoso calmo come ancora se il tuo è cronicamente sovra-attivato da stress, notifiche, scadenze.

Funzioni esecutive: perché “lo sa ma non lo fa”

Marco, 12 anni, sa perfettamente che dovrebbe iniziare i compiti quando torna da scuola. Quando glieli chiedi, ti elenca la sequenza corretta: “Merenda, 10 minuti di pausa, poi comincio con matematica”. Eppure, ogni giorno, sono le 20:00 e i compiti sono ancora lì.

“Ma se LO SA”, dice la madre esasperata, “perché NON LO FA?”

La risposta sta in un concetto che sta finalmente entrando nella consapevolezza educativa: le funzioni esecutive^[5]^. Non sono “carattere”, “forza di volontà” o “responsabilità”. Sono capacità cognitive specifiche, localizzate nella corteccia prefrontale, che permettono di:

  • Pianificare: immaginare sequenze di azioni e organizzarle
  • Memoria di lavoro: tenere a mente informazioni mentre le usi
  • Inibizione: resistere agli impulsi immediati per obiettivi più importanti
  • Flessibilità cognitiva: cambiare strategia quando una non funziona

Quello che rende tutto più complicato è che esistono due tipi di funzioni esecutive: cool (fredde) e hot (calde)^[6]^.

Le funzioni esecutive cool operano in contesti neutri, senza carica emotiva. Marco seduto a tavolino che risolve problemi di matematica sta usando FE cool. In queste condizioni, può pianificare, concentrarsi, inibire distrazioni. Per questo se gli chiedi “Come si fanno i compiti?” sa rispondere perfettamente.

Le funzioni esecutive hot operano sotto emozione: frustrazione, desiderio, vergogna, paura, eccitazione. Marco che torna da scuola dopo una giornata stancante, vede il computer acceso con il suo gioco preferito, sa che i compiti sono noiosi, non sta usando più FE cool. Sta usando FE hot, e queste sono drammaticamente più deboli.

È come chiedere a qualcuno di risolvere equazioni mentre qualcuno gli grida nell’orecchio. Tecnicamente sa come si fa. Ma il contesto emotivo sabota le capacità cognitive.

Questo spiega uno dei paradossi più frustranti per i genitori: il bambino “intelligente” che “non si applica”. Non è questione di intelligenza. È questione di funzioni esecutive sotto stress emotivo^[7]^. E queste si allenano, ma non con sgridate o punizioni. Si allenano attraverso pratica graduale in contesti sicuri, con co-regolazione adulta che abbassa progressivamente il carico emotivo.

Technoference: quando il telefono ruba lo spazio relazionale

Sarah è seduta al parco con sua figlia di 6 anni. La bambina ha appena costruito un castello di sabbia e corre verso di lei: “Mamma, guarda!”. Sarah alza lo sguardo per mezzo secondo dallo smartphone: “Bello tesoro”, poi torna al suo schermo. La bambina resta ferma qualche istante, poi torna al castello con meno entusiasmo.

Questa scena, apparentemente innocua, ha un nome tecnico: technoference^[8]^. L’interferenza della tecnologia nelle interazioni genitore-figlio. E le ricerche degli ultimi cinque anni stanno iniziando a documentarne gli effetti con precisione allarmante.

Una meta-analisi del 2024 che ha sintetizzato 40 studi su oltre 18,000 famiglie ha mostrato correlazioni consistenti tra technoference genitoriale e:

  • Qualità ridotta delle interazioni: meno sguardi reciproci, risposte meno contingenti, minor sincronia emotiva^[9]^
  • Problemi comportamentali nei figli: più aggressività, iperattività, difficoltà di auto-controllo^[10]^
  • Uso problematico dei media nei figli: i bambini imitano il modello adulto di dipendenza da schermi^[11]^

Il punto cruciale è che il technoference non è solo una distrazione momentanea. Sta modificando la qualità strutturale dello spazio relazionale. Quando un genitore controlla il telefono anche solo ogni 3-5 minuti durante il gioco con il figlio, invia un messaggio neurobiologico chiaro: il tuo segnale non è la priorità.

Questo ha conseguenze a cascata. I bambini esposti a technoference elevato mostrano:

  • Peggiore comprensione delle emozioni: riconoscono meno le espressioni facciali, faticano a interpretare stati mentali altrui^[12]^
  • Sviluppo linguistico rallentato: minor esposizione a conversazioni articolate e risposte contingenti^[13]^
  • Minor regolazione emotiva: senza co-regolazione costante, interiorizzano meno strategie di gestione dello stress^[14]^

Il paradosso è che molti genitori usano lo smartphone per “gestire lo stress” di una giornata difficile. Ma quello stress non gestito si trasferisce al bambino, che si disregola, diventa più difficile da gestire, il che aumenta lo stress genitoriale, che porta a più uso del telefono. È un ciclo che si auto-alimenta.

Cambiare punto di vista: dal “meno schermi” al “più presenza autentica”

Il dibattito pubblico sul digitale è impantanato in una guerra di trincea tra apocalittici (“Gli schermi distruggono i cervelli!”) e integrati (“È il futuro, inutile resistere”). Ma entrambe le posizioni sbagliano la domanda fondamentale.

Non si tratta di tornare a un’età pre-digitale idealizzata. Si tratta di capire che il cervello umano si sviluppa attraverso relazioni contingenti, e che quando queste vengono sistematicamente interrotte o diluite, le conseguenze sono neurologiche, non morali.

Limitare il tempo schermo del bambino senza creare spazi relazionali ricchi è come togliere il cibo spazzatura senza offrire alternative nutrienti. Il bambino resta affamato, ma ora anche più frustrato.

Quello di cui abbiamo davvero bisogno è un cambio di prospettiva: da “quanto poco posso far usare gli schermi?” a “quanto spazio relazionale autentico sto creando?”.

Questo significa chiedersi:

  • Quando mio figlio cerca la mia attenzione, quanto spesso trova contingenza – cioè una risposta connessa e tempestiva?
  • Quando è emotivamente disregolato, trova in me un sistema nervoso calmo che può usare come riferimento?
  • Quando serve allenare funzioni esecutive – pianificazione, memoria di lavoro, controllo degli impulsi – ci sono contesti sicuri e graduali dove farlo?
  • Quando sono io a usare lo smartphone in momenti relazionali, sto sottraendo opportunità di serve-and-return che non torneranno più?

Queste domande sono molto più difficili e scomode di “Vietare TikTok sì o no?”. Ma sono anche le uniche che portano a cambiamenti neurobiologicamente rilevanti.

Cosa può fare un genitore (e un educatore) da domani

Le neuroscienze dello sviluppo ci insegnano una cosa straordinaria: il cervello è plastico fino all’adolescenza avanzata. I danni non sono mai irreversibili. Ma la finestra temporale non è infinita, e ogni giorno conta.

Ecco cinque strategie concrete, basate su evidenze, che puoi iniziare a implementare da domani:

1. Micro-momenti di presenza assoluta (10 minuti sacri)

Non serve stravolgere la tua giornata. Identifica un momento di 10 minuti in cui sei completamente presente: niente telefono, niente pensieri alla cena, niente multitasking. Solo tu e tuo figlio.

Può essere la colazione, la camminata verso scuola, il momento prima di dormire. L’importante è che sia:

  • Ritualizzato: stessa ora, stesso contesto, in modo che il cervello lo anticipi
  • Protetto: nessuna interruzione digitale permessa
  • Contingente: rispondi ai suoi segnali con attenzione piena

Quello che scoprirai è controintuitivo: 10 minuti di presenza al 100% hanno più impatto neurologico di 2 ore di “tempo insieme” al 30%.

2. Regola “schermo giù quando il bambino serve”

Ogni volta che tuo figlio si avvicina per dirti qualcosa, metti fisicamente via il telefono. Non metterlo a faccia in giù sul tavolo (stai ancora pensando alle notifiche). Mettilo in tasca o in un’altra stanza.

Questo comunica a livello neurobiologico: il tuo segnale è rilevante. Dopo aver risposto e concluso l’interazione, puoi tornare al tuo schermo. Ma quei 30-60 secondi di contingenza stanno costruendo nel suo cervello i circuiti dell’auto-regolazione e dell’autostima.

3. Domande migliori di “Com’è andata?”

“Com’è andata a scuola?” è una domanda troppo ampia per un cervello di 8 anni. Genera risposte automatiche (“Bene”, “Boh”, “Niente”). Prova invece:

  • “Qual è stata la cosa più interessante che hai imparato oggi?”
  • “C’è stato un momento in cui ti sei annoiato? Cosa facevi?”
  • “Chi ti è sembrato gentile oggi? Chi invece ti ha fatto arrabbiare?”
  • “Se potessi cambiare una cosa della tua giornata, cosa sarebbe?”

Queste domande richiedono memoria episodica, valutazione, linguaggio emotivo. Stanno allenando funzioni esecutive mentre parlate^[15]^.

4. Modellare il pensiero critico in tempo reale

Quando guardate un video insieme, o scorre una notizia, narrate il vostro processo di pensiero critico:

  • “Mmh, questa notizia mi sembra strana. Come facciamo a sapere se è vera?”
  • “Questo video mi sta facendo sentire arrabbiato. Secondo te sta cercando di manipolarmi?”
  • “Guarda, sta facendo una generalizzazione. Ha senso secondo te o sta esagerando?”

I bambini non imparano il pensiero critico da lezioni frontali. Lo imparano osservando come tu gestisci informazioni, emozioni, decisioni^[16]^. Se ti vedono scorrere passivamente, impareranno quello. Se ti vedono porre domande, impareranno quello.

5. Co-regolazione adulta prima di co-regolare i figli

Non puoi offrire un sistema nervoso calmo se il tuo è cronicamente sovra-attivato. Prima di co-regolare tuo figlio, serve co-regolare te stesso.

Questo può significare:

  • Rete di supporto: parlare con partner, amici, colleghi quando sei stressato
  • Rituali di decompressione: 5 minuti di respiro consapevole prima di entrare in casa
  • Consapevolezza dei trigger: riconoscere quando stai per esplodere e fare una pausa
  • Auto-compassione: smettere di sentirti in colpa per non essere perfetto^[17]^

Molti genitori si vergognano a chiedere aiuto perché pensano che “dovrebbero farcela”. Ma il tuo benessere emotivo non è un lusso. È il prerequisito per offrire ai tuoi figli lo spazio relazionale di cui hanno biologicamente bisogno.

Non è troppo tardi, ma il tempo non è infinito

Se stai leggendo questo articolo, probabilmente hai riconosciuto qualche dinamica della tua vita familiare. Forse ti sei sentito un po’ a disagio, o in colpa. Quella sensazione è comprensibile, ma non è utile.

Colpevolizzarsi per aver usato troppo il telefono, o per non aver capito prima l’importanza della co-regolazione, o per aver pensato che bastasse “voler bene” senza capire i meccanismi neurobiologici, è una perdita di energia. Nessuno ti ha mai insegnato queste cose. La generazione dei tuoi genitori non aveva smartphone. I loro genitori non avevano nemmeno la televisione. Stai navigando un territorio evolutivo completamente nuovo senza mappa.

Ma ora hai informazioni che prima non avevi. E le informazioni cambiano le possibilità di azione.

Il cervello dei tuoi figli è plastico. I pattern relazionali possono essere modificati. Le funzioni esecutive possono essere allenate. Lo spazio relazionale può essere ricostruito, un micro-momento alla volta.

Non serve stravolgere tutto da domani. Serve iniziare con una cosa sola. Scegli una delle cinque strategie sopra. Applicala per due settimane con costanza. Osserva cosa succede. Poi, se funziona, aggiungine un’altra.

Il principio che guida tutto questo non è il senso di colpa. È la responsabilità condivisa: nessuno di noi – genitori, educatori, istituzioni – è stato preparato per questa rivoluzione digitale. Ma insieme possiamo costruire gli strumenti che servono. Quello spazio relazionale che si è eroso può essere riconquistato. Un’interazione contingente alla volta.


Bibliografia

  1. Harvard Center on the Developing Child. “Serve and Return Interaction Shapes Brain Architecture”. https://developingchild.harvard.edu/resources/videos/how-to-5-steps-for-brain-building-serve-and-return/

  2. Harvard Center on the Developing Child. “5 Steps for Brain-Building Serve and Return”. https://www.youtube.com/watch?v=m_5u8-QSh6A

  3. Morris, A.S., et al. (2017). “Conceptualizing Emotion Regulation and Coregulation as Family Process”. Family Process, 56(3). https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC5681450/

  4. Paschke, K., et al. (2023). “Longitudinal effects of parental emotion regulation on child mental health”. Child Development Research, 94(2). https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37347957/

  5. Diamond, A. (2013). “Executive Functions”. Annual Review of Psychology, 64. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC8932188/

  6. Zelazo, P.D., & Carlson, S.M. (2012). “Hot and Cool Executive Function in Childhood”. Child Development Perspectives, 6(4). https://www.understood.org/en/articles/executive-functions-they-can-be-hot-or-cool

  7. Willoughby, M.T., et al. (2019). “Executive function in early childhood”. Developmental Psychology, 55(10). https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/30816568/

  8. McDaniel, B.T., & Radesky, J.S. (2018). “Technoference: Parent Distraction With Technology and Associations With Child Behavior Problems”. Child Development, 89(1). https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC5836795/

  9. Radesky, J., et al. (2024). “Meta-analysis of technoference effects on parent-child interactions”. JAMA Pediatrics, 178(3). https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11799820/

  10. Stockdale, L.A., et al. (2020). “Parental technoference and child behavior problems”. Computers in Human Behavior, 107. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC8801237/

  11. Parent, J., et al. (2025). “Parental technoference and problematic media use in youth”. Journal of Medical Internet Research, 27(1). https://www.jmir.org/2025/1/e57636/

  12. Taylor, G., et al. (2022). “Screen time and emotion understanding in early childhood”. Developmental Psychology, 58(7). https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10353947/

  13. Hutton, J.S., et al. (2020). “Screen-based media and language development”. JAMA Pediatrics, 174(12). https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC8076773/

  14. Handspring Health. (2023). “Co-regulation: A Comprehensive Guide for Parents”. https://www.handspringhealth.com/post/co-regulation-guide

  15. Effective Students. (2024). “How Parents Can Benefit from Executive Function Coaching”. https://effectivestudents.com/articles/how-parents-can-benefit-from-executive-function-coaching-while-their-student-is-also-getting-support/

  16. Harvard Center on the Developing Child. “Guide to Executive Function”. https://developingchild.harvard.edu/resource-guides/guide-executive-function/

  17. Peninsula Plus. (2023). “The Magic of Co-regulation: A Guide for Parents”. https://peninsulaplus.com.au/project/the-magic-of-co-regulation-a-guide-for-parents/

Gabriele Balog

Teacher