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EPISODIO 7: “Quando Non Basta”

Segnali d’allarme e risorse


Forse non ti riguarda

Questo articolo potrebbe non riguardarti. Spero non ti riguardi.

Ma se mentre leggevi gli articoli precedenti hai sentito una voce che diceva…

  • “Sì, ma mio figlio è diverso.”
  • “Con lui queste cose non funzionano.”
  • “La nostra situazione è più complicata.”

…allora questo articolo è per te.

Non sei paranoico. Non stai esagerando. Alcuni bambini hanno bisogno di più.

E riconoscerlo non è fallimento. È coraggio.


Di cosa parliamo

Oggi parliamo di come distinguere “difficile ma normale” da “serve aiuto”.

Ti darò segnali concreti da osservare. Ti dirò a chi rivolgerti. E ti spiegherò perché chiedere supporto è un atto di amore, non di resa.

E soprattutto: ti darò un filtro pratico per capire se è il momento di approfondire.

Si basa su tre numeri semplici: 3, 6, e la parola “compromissione”. Quando capirai come funziona, avrai uno strumento chiaro invece dell’ansia confusa.


Difficile vs Problematico

Prima cosa: tutti i bambini resistono al cambiamento.

Se tuo figlio ha protestato durante la settimana, se si è lamentato della noia, se ha pianto quando hai tolto lo schermo — è normale. È previsto.

La domanda non è “c’è stata difficoltà?”

La domanda è: dopo la difficoltà, cosa è successo?


Ecco la differenza che conta

DIFFICILE: protesta, poi si adatta.

Piange, urla, dice “ti odio” — e poi, dopo un po’, trova qualcos’altro da fare. Il giorno dopo è un po’ meglio. Quello dopo ancora un po’ di più.

PROBLEMATICO: non si adatta, o peggiora.

L’intensità non diminuisce. Anzi, aumenta. Dopo una settimana è come il primo giorno, o peggio. Il funzionamento quotidiano è compromesso.


Ecco una regola pratica

Tre o più segnali.

Che durano sei settimane o più.

E che compromettono la vita di tutti i giorni.

TRE. SEI SETTIMANE. COMPROMISSIONE.

Se questo filtro scatta, vale la pena approfondire. Se non scatta, stai andando bene — continua così.

C’è una parte di te che non vuole che il filtro scatti. Quella paura è normale. Ma non lasciarla decidere.


Ecco il punto chiave

Se ricordi solo una cosa di questa parte:

Il filtro per distinguere normale da problematico ha tre componenti: TRE segnali + SEI SETTIMANE + COMPROMISSIONE quotidiana.

Se scatta, approfondisci. Se no, stai andando bene.


Fermati un attimo

Un segnale isolato non è allarme.

Tutti i bambini hanno giornate nere. Tutti passano fasi difficili.

Ma quando i segnali si accumulano, durano settimane, e rendono la vita quotidiana difficile per tutti — allora è il momento di chiedere un parere.


Quali segnali?

Sfera dell’attenzione

  • Non riesce MAI a completare qualcosa — neanche un’attività che gli piace
  • Si distrae continuamente, anche senza schermi
  • Dimentica cose ogni giorno — cose importanti per la routine

Sfera dell’impulsività

  • Aggressività fisica che si ripete
  • Risposte emotive sproporzionate — scoppia per cose minime
  • Non riesce ad aspettare nemmeno per bisogni base

Sfera emotiva

  • Ansia che blocca — non va a scuola, non riesce a dormire, evita situazioni normali
  • Umore triste che dura settimane
  • Si ritira — non vuole vedere nessuno, neanche amici

Sfera scolastica

  • Gap grande con i compagni
  • Gli insegnanti sollevano preoccupazioni ripetute
  • Rifiuto persistente della scuola

Di nuovo: uno di questi segnali, isolato, non è automaticamente allarme.

Il pattern conta. La persistenza conta. L’impatto sulla vita quotidiana conta.


Ma perché? Perché alcuni bambini fanno più fatica di altri?

Genetica? Ambiente? La combinazione dei due?

La risposta onesta: non lo sappiamo con precisione. Ci sono fattori di rischio. Correlazioni. Ma non cause certe.

Se qualcuno ti dice che sa esattamente perché tuo figlio è così, probabilmente sta semplificando.

Quello che sappiamo è che si può intervenire. Anche senza sapere esattamente il perché.


Cosa significa

Bene, mettiamo che il filtro scatti. Tre segnali, sei settimane, vita compromessa.

Cosa significa? Cosa fare?

Prima di tutto: cosa NON significa.


Cosa fare

Chiedere aiuto non significa:

  • Che hai fallito come genitore
  • Che tuo figlio è “rotto” o “difettoso”
  • Che la situazione è irrecuperabile

Significa che c’è bisogno di strumenti in più.

Chiedere aiuto non significa che hai fallito. Significa che stai guardando la realtà.


Pensa a quando hai la febbre alta.

Vai dal medico. Non perché il tuo corpo è sbagliato. Perché serve qualcuno che capisca cosa sta succedendo e ti dia quello che serve.

Con il cervello è uguale. Se qualcosa non funziona come dovrebbe, ci sono persone formate per capire cosa e come intervenire.


A chi rivolgersi

Parlo per chi vive in Ticino, ma il percorso è simile altrove.

Primo passo: il pediatra

Può escludere cause mediche — a volte problemi di sonno, vista, udito si manifestano come problemi di comportamento. E può orientarti verso il passo successivo.

Secondo passo: il Servizio Medico Psicologico

In Ticino lo chiamiamo SMP. Fanno valutazioni approfondite e prese in carico. Psicologi, neuropsichiatri, equipe.

Se c’è una componente linguistica — il bambino fa fatica a esprimersi o capire — potrebbe servire una logopedista.

Se c’è una componente motoria o sensoriale — un ergoterapista.


Come si accede?

Puoi passare dal pediatra — è la via classica. Oppure contattare direttamente i servizi.

Costi? Gran parte è coperta dall’assicurazione base.

Tempi? Variabili. Le liste d’attesa possono essere lunghe.

Se hai dubbi, muoviti presto. Meglio essere in lista e poi non averne bisogno che aspettare e perdere tempo.


Ecco il punto chiave

Il percorso è chiaro e accessibile:

PEDIATRA (primo filtro medico) → SMP (valutazione approfondita) → SPECIALISTI (logopedista, ergoterapista se serve).

Gran parte coperto dall’assicurazione base. Liste d’attesa variabili — muoviti presto se hai dubbi.


Questo voglio che ti resti

Chiedere aiuto non è ammettere sconfitta.

È riconoscere che ami tuo figlio abbastanza da cercare il meglio per lui.

È un atto di forza. Non di debolezza.

I genitori che chiedono aiuto non sono quelli che hanno fallito. Sono quelli che stanno guardando in faccia la realtà.


Se invece i segnali non ci sono — se il filtro non scatta — stai andando bene.

Continua con quello che stai facendo. Zona Sacra, tempo vuoto, Fuoco Serale.

Ma mantieni l’attenzione. Le cose cambiano — specialmente nelle transizioni. Inizio scuola. Cambio ciclo. Pre-adolescenza.

Osservare non significa preoccuparsi. Significa prendersi cura.


Ricapitoliamo dove siamo

Prima di passare alla pratica, ricapitoliamo:

Il filtro è chiaro: tre segnali + sei settimane + compromissione quotidiana. Se scatta, approfondisci.

Il percorso è accessibile: Pediatra → SMP → Specialisti. Coperto dall’assicurazione.

Chiedere aiuto è forza, non debolezza. È prendersi cura di tuo figlio.

Se il filtro non scatta, stai andando bene. Continua così e mantieni attenzione.


PRATICA: Come osservare e come parlarne

Due cose pratiche.

Prima: come osservare in modo strutturato

Se hai dubbi, fai così per due settimane:

Ogni sera, prima di dormire, nota:

  • C’è stato un episodio che ti ha preoccupato?
  • In quale sfera rientra? Attenzione, impulsività, emozione, scuola.
  • Quanto ha impattato la giornata? Poco, medio, molto.

Non serve scrivere. Basta notare mentalmente.


Dopo due settimane, guarda il quadro.

Vedi un pattern? Tre o più segnali? Impatto alto?

  • Se sì: prendi appuntamento con il pediatra.
  • Se no: tutto ok, continua così.

Seconda: come parlare con tuo figlio

Se decidi di cercare aiuto, probabilmente lui se ne accorgerà. Visite, appuntamenti, domande.

Come spiegare?

Non complicare. Non drammatizzare.

  • “Alcune cose sono difficili per te. Non è colpa tua.”
  • “Andiamo da qualcuno che aiuta i bambini con queste cose.”
  • “Come quando vai dal dottore per il corpo — questo è per come funziona la mente.”

Non nascondere. Normalizza.

I bambini capiscono più di quanto pensiamo. E percepiscono quando nascondiamo qualcosa.

Meglio spiegare in modo semplice che lasciarli immaginare il peggio.


Tre cose da portare via

Tre cose da oggi:

Uno: il filtro è tre segnali, sei settimane, compromissione quotidiana. Se scatta, approfondisci. Se no, continua.

Due: chiedere aiuto è forza, non debolezza. È prendersi cura, non arrendersi.

Tre: se hai dubbi, osserva per due settimane. Poi decidi con dati, non con ansia.


Quasi alla fine

Siamo quasi alla fine.

Hai capito il cervello. Hai capito cosa ha perso. Hai capito contro cosa combatti. Hai gli strumenti. Sai quando chiedere aiuto.

Ma manca qualcosa. Qualcosa di più grande.


Questo viaggio che stai facendo non riguarda solo tuo figlio. Riguarda una generazione. Riguarda il futuro.

E tu — proprio tu, con le tue scelte, nella tua casa, stasera — puoi fare più di quanto pensi.

L’ultimo episodio parla di questo. Del perché vale la pena. E di cosa viene dopo.

Ci vediamo per l’ultima volta.

Gabriele Balog

Teacher