
F3 — IL CERVELLO STRATIFICATO
Un accrocco di 500 milioni di anni
Immaginate di guidare un’auto con cinque volanti. Ognuno collegato a un guidatore diverso. Uno vuole andare a destra, uno a sinistra, uno frenare, uno accelerare, e il quinto — il più recente, il più debole — cerca disperatamente di coordinarli tutti.
Benvenuti nel vostro cervello.
Pagamento del cliffhanger
Avevamo lasciato il corpo in piedi, dolorante, con gli organi esposti e un canale del parto troppo stretto. «Almeno il cervello», ci eravamo detti. Ecco: il cervello è il motivo per cui quel canale è troppo stretto. E non è nemmeno lui il problema peggiore.
Cinquecento milioni di anni. Tanto ci è voluto per costruire il cervello che state usando per leggere queste parole. Ma «costruire» è il verbo sbagliato. Nessuno ha costruito nulla. Strato dopo strato, pezzo dopo pezzo, l’evoluzione ha aggiunto nuovo su vecchio. Senza mai buttare via niente.
Il principio del palinsesto
Conoscete i manoscritti medievali? Quelli dove i monaci, per risparmiare pergamena, scrivevano sopra testi più antichi senza cancellarli completamente. Grattavano appena, poi riscrivevano. Il risultato: strati di testo sovrapposti, leggibili solo con tecniche moderne di analisi.
Il cervello funziona così.
«L’antico manoscritto medievale che veniva riscritto più volte senza cancellare del tutto il testo precedente», scrive Telmo Pievani. Questo è il principio del palinsesto. E questo è il cervello umano: tecnologie nuove sovrapposte a tecnologie vecchie, senza mai buttare via niente.
«L’evoluzione per selezione naturale», spiega Pievani, «fa di necessità virtù e raramente butta via il vecchio per sostituirlo da capo.» Nel cervello, questo significa «aggiunta di nuovo su vecchio, che richiede coerenza e coordinamento tra parti vecchie (funzioni emotive e corporali) e parti nuove (attività conoscitive e linguistiche)».
Ma — e c’è sempre un “ma” nell’evoluzione — «la gerarchia tra i due livelli e la loro separazione non sono per nulla nette».
Proviamo a contare gli strati.
I cinque livelli sovrapposti
Strato 1 — Rombencefalo (500 milioni di anni fa): funzioni basilari. Respirare. Battito cardiaco. Equilibrio. Condiviso con molti animali. Il pilota automatico. Quello che vi tiene in vita mentre dormite.
Strato 2 — Mesencefalo: riflessi visivi e uditivi. Se qualcosa si muove improvvisamente alla periferia del vostro campo visivo, è il mesencefalo che vi fa girare la testa. Veloce. Automatico. Antico.
Strato 3 — Proencefalo: funzioni linguistiche e deliberative. Ma — attenzione — «non assolte in modo autonomo rispetto ai sistemi più vecchi». Il linguaggio non ha un interruttore separato nel cervello. È intrecciato con tutto il resto.
Strato 4 — Neocorteccia (50 milioni di anni fa): ragionamento, linguaggio complesso, pianificazione. La parte “umana” del cervello. Quella che ci distingue.
Strato 5 — Corteccia prefrontale (2 milioni di anni fa): controllo esecutivo, inibizione degli impulsi, pensiero astratto. Il “freno” del cervello.
Cinque strati. Cinque epoche evolutive. «Il nuovo si è evoluto in modo coordinato e integrato con il vecchio», scrive Pievani. Ma coordinato non significa armonioso.
La coopt
azione funzionale — Riciclare invece di riprogettare
L’evoluzione non solo sovrappone strati. Ricicla.
Prendete il cervelletto. Nei pesci serve per l’equilibrio. Nei mammiferi? Stessa struttura, nuova funzione: aiuta nella coordinazione motoria fine. Negli umani? Ancora più riciclato: contribuisce alle funzioni cognitive superiori. Linguaggio. Memoria. Attenzione.
Oppure le aree manuali. Le zone del cervello che controllano le mani si sono «ampliate e duplicate», spiega Pievani, «di modo che una parte potesse continuare a svolgere la funzione di base originaria e l’altra specializzarsi su competenze più avanzate». Risultato? Le aree della manualità e della gestualità sono «intrecciate con le aree del linguaggio». C’è un «legame evolutivo, forse sovrapposizione tra le due funzioni».
Per questo i bambini muovono le mani quando imparano a parlare. Per questo gesticoliamo quando cerchiamo la parola giusta. Non è un vezzo culturale. È archeologia cerebrale. Il linguaggio ha riciclato aree motorie già esistenti.
Tutto questo comporta «migrazioni neurali, compensazioni, ristrutturazioni, inaspettate conversioni, riciclaggi neurali». Riciclare sembra efficiente. Ma c’è un prezzo.
Plasticità — La spada a doppio taglio
Eccoci al capolavoro dell’evoluzione umana: la plasticità cerebrale.
«La duttilità nell’adeguarsi alle sollecitazioni ambientali», scrive Pievani, «è la qualità adattativa centrale» del cervello umano. I circuiti neurali acquisiscono funzioni «per le quali non erano stati programmati nel corso dell’evoluzione».
Esempio perfetto: la lettura. «Scriviamo e leggiamo da cinque millenni soltanto e il nostro cervello non si è di certo evoluto ‘per’ compiti di quel tipo, eppure li svolge egregiamente.» Più ancora: «I cervelli di chi legge e di chi non l’ha mai imparato sono cervelli non solo culturalmente, ma anche biologicamente diversi.»
La plasticità ci rende prodigiosi nell’imparare. Possiamo adattarci a qualsiasi ambiente, qualsiasi compito. Un cervello umano può imparare a suonare il violino, programmare computer, leggere il cinese, pilotare aerei. Nessuno di questi compiti esisteva quando il cervello si è evoluto.
Magnifico, vero?
Ma ogni medaglia ha il suo rovescio.
Il lato oscuro della plasticità
«La medaglia evolutiva, come spesso accade, ha un risvolto spiacevole», scrive Pievani. «Il nostro cervello è un accidente congelato dell’evoluzione, non è stato progettato da zero. Come tale, si ammala e va in tilt facilmente.»
Vulnerabilità a malattie degenerative. Schizofrenia. Depressione. «Non sono adattamenti ancestrali finiti male, sono problemi.»
E c’è di più. La stessa plasticità che ci permette di imparare qualsiasi cosa ci rende facilmente indottrinabili. Pievani lo dice chiaramente:
«Da un lato, la malleabilità della nostra mente la rende facilmente indottrinabile e i fattori culturali possono letteralmente plasmare le condotte dei singoli e delle folle, anche verso gli esiti più turpi. Dall’altro lato, un’educazione precoce ai valori di civiltà può disattivare e reprimere gli istinti più bassi, che non sono per noi cogenti e invincibili come lo sono in altri animali.»
La plasticità è Giano bifronte. Due facce. Una luminosa: possiamo diventare qualsiasi cosa. Una oscura: possiamo essere manipolati per credere qualsiasi cosa.
«La cosa pazzesca», direbbe Telmo Pievani, «è che lo stesso meccanismo che ci rende geniali ci rende manipolabili».
La discrasia evolutiva — Quando i piloti litigano
Ma c’è un problema ancora più profondo.
Ricordate i cinque strati? Ecco: non collaborano sempre. La neocorteccia — la parte “razionale” — non ha ristrutturato le parti arcaiche. Il sistema limbico — emozioni, paura, rabbia — è rimasto «in parte autonomo, in parte posto sotto la tutela della neocorteccia».
Risultato? «Disparità evolutiva delle funzioni svolte dalle circonvoluzioni neocorticali e dal sistema limbico», come scriveva Rita Levi-Montalcini. Una discrasia. Un conflitto strutturale.
Citazione chiave — Levi-Montalcini
«Il nostro cervello è il risultato di un processo disarmonico, che ha creato infiniti complessi psichici e aberrazioni comportamentali.»
Rita Levi-Montalcini, 1987
Esempio concreto. Studi con risonanza magnetica funzionale: mostrate a qualcuno un volto di un’etnia diversa. Cosa succede? «Attivazione di zone subcorticali profonde (amigdala)» — percezione di «potenziale minaccia». È automatico. Inconscio. Veloce.
Ma — e qui sta la discrasia — «questa percezione inconscia dura pochissimo perché quasi immediatamente subentrano le aree corticali superiori che contraddicono e regolano la reazione emotiva automatica».
Se il volto è famoso o familiare? L’amigdala non scatta nemmeno.
In sintesi: vedete uno sconosciuto con tratti diversi → amigdala urla “pericolo!” → corteccia prefrontale interviene “aspetta, valutiamo” → conflitto risolto (forse). Tutto questo in frazioni di secondo.
Funziona? Sì. È ottimale? Assolutamente no.
François Jacob e il bricolage
François Jacob, biologo molecolare, Nobel per la Medicina, lo aveva capito perfettamente:
«Formazione di una neocorteccia dominante, conservazione di un antico sistema nervoso e ormonale, in parte rimasto autonomo, in parte posto sotto la tutela della neocorteccia: questo processo evolutivo assomiglia molto al bricolage.»
François Jacob, 1978
Non ingegneria. Bricolage. L’arte di arrangiarsi con ciò che hai. Recuperare pezzi qua e là. Aggiustare. Compensare. Rattoppare.
Se un ingegnere presentasse questo sistema di controllo — cinque sistemi sovrapposti, ognuno con priorità diverse, collegati con cavi di epoche diverse, con conflitti strutturali irrisolti — il capo non lo licenzierebbe. Lo farebbe visitare.
Epilogo — E il pensiero?
Corpo rattoppato, comandato da un cervello a strati. Cinque volanti, cinque guidatori, nessuno che comanda definitivamente sugli altri.
Ma se il cervello è fatto così… come pensiamo? Quali scorciatoie prende una mente costruita per la savana? Cosa vede? Cosa crede di vedere?
La risposta non vi piacerà.
Serie: Finestre sulla Disillusione Episodio 3 di 6
Fonte principale: Telmo Pievani, Imperfezione. Una storia naturale, Raffaello Cortina Editore, 2019, pp. 121-134
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