
F5 — MONDO INOSPITALE
L’universo non è stato fatto per noi
Il 99,9999999% dell’universo vi ucciderebbe in meno di un minuto.
Senza aria, senza pressione, senza la temperatura giusta, senza protezione dalle radiazioni. Non siete fatti per l’universo. L’universo non è fatto per voi.
E la Terra? La Terra è solo un po’ meno letale.
Pagamento del cliffhanger
Avevamo lasciato la mente: doppia, veloce-e-sbagliata, calibrata per leoni e bacche. «E il mondo?», ci eravamo chiesti. Ecco il mondo: un posto dove quella mente — già imperfetta — è anche in ritardo.
Il pianeta non è stato costruito per noi. Facciamo un passo indietro. Molto indietro.
L’universo osservabile contiene circa 200 miliardi di galassie. Ogni galassia contiene circa 200 miliardi di stelle. Lo spazio tra queste stelle è vuoto, freddo, radioattivo, mortale.
La percentuale di universo compatibile con la vita umana?
Praticamente zero.
L’universo letale
Viviamo su una crosta sottile di roccia fusa, avvolta da un velo di gas, in orbita attorno a una palla di fuoco nucleare, in un angolo remoto di una galassia qualunque, in un universo che ci ucciderebbe in secondi se ci esponessimo ad esso.
E chiamiamo questo posto “casa”.
Proviamo a fare i numeri. Temperatura: lo spazio interstellare oscilla tra -270°C e, in prossimità di stelle, milioni di gradi. Il corpo umano sopravvive in un range di circa 30°C. Pressione: lo spazio ha pressione zero. Il vostro corpo esploderebbe. O meglio: prima esplodereste, poi congelate, poi morireste per anossia. Radiazioni: senza l’atmosfera e il campo magnetico terrestre, sareste bombardati da raggi cosmici, raggi gamma, vento solare. Dose letale in pochi minuti.
La Terra è un’isola minuscola in un oceano di morte.
«Fine-tuning?», chiede ironicamente Telmo Pievani. «Semmai fine-tuning per il nulla.»
La Terra ostile
Ma va bene, restiamo sul pianeta. Quanto della Terra è effettivamente abitabile per Homo sapiens senza tecnologia?
Superficie totale: 510 milioni di km². Oceani: 71% — acqua salata, non bevibile. Terre emerse: 29% — di cui deserti 33%, ghiacci 10%, montagne oltre i 3’000 metri 24%. Zone abitabili senza tecnologia? Forse il 10% della superficie. E anche lì: terremoti, vulcani, alluvioni, siccità, uragani, tornado.
E non dimentichiamoci della biosfera. Cinque estinzioni di massa. Il 99% delle specie mai esistite è estinto. Virus. Batteri. Parassiti. Predatori. Veleni. Tossine.
«E stiamo causando la sesta», aggiunge Pievani. «La nostra firma nera sul pianeta.»
Ironia amara: questa è la parte “ospitale” dell’universo.
La Regina Rossa — Correre per restare fermi
C’è un personaggio in Lewis Carroll, Attraverso lo specchio: la Regina Rossa. È «costretta a correre all’infinito e sempre più velocemente per poter restare nello stesso posto».
Negli anni ’70, Leigh Van Valen, evoluzionista all’Università di Chicago, usò questa metafora per descrivere l’evoluzione.
«La selezione naturale non determina necessariamente un accumulo di esperienza adattativa positiva», scrive Pievani, «perché gli ambienti cambiano senza una direzione prevedibile e talvolta così velocemente da obbligare gli organismi a una rincorsa adattativa potenzialmente infinita.»
Proprio come la Regina Rossa: «Il gioco selettivo trasforma incessantemente gli organismi per tenerli al passo con i cambiamenti ambientali. E qualche volta si può restare indietro.»
Coevoluzione — La danza infinita
L’ambiente di una specie può essere un’altra specie. Prede e predatori. Ospiti e parassiti. Piante e impollinatori. Evolvono insieme, in una «danza» o «duetto».
Ma — e c’è sempre un “ma” — «è probabile che un giocatore si trovi in svantaggio sull’altro. Qualcuno sta soccombendo, perché deve ancora elaborare una contromossa».
Il risultato? «Gli organismi», notò Van Valen, «sono spesso un po’ disadattati, un po’ indietro rispetto alla nicchia ambientale, e quindi in una situazione di adattamento subottimale. Insomma, sempre un po’ imperfetti rispetto al contesto.»
Sempre un po’ in ritardo.
Il doppio ritardo umano
E noi umani? «Noi umani poi siamo in ritardo due volte», scrive Pievani. «Nel processo di sviluppo e nell’adeguarci all’ambiente che cambia attorno e che noi stessi abbiamo trasformato.»
Primo ritardo: la neotenia. Nasciamo con il 23% del cervello sviluppato. Ci vogliono quasi due decenni per raggiungere la maturità. Ogni altra specie è più veloce.
Secondo ritardo: il mismatch culturale. «Succede allora di sentirsi inadeguati quando vediamo che i nostri figli sono nativi naturali di tecnologie che a noi risultano aliene. I ragazzi usano spasmodicamente quei due pollici opponibili come l’evoluzione non avrebbe mai immaginato di fare negli ultimi sei milioni di anni.»
Ma attenzione. Non idealizzate il passato.
«È sbagliato pensare che tutti i nostri malanni siano colpa dello stress della vita moderna e che i bei tempi andati fossero un eden di armonia ed equilibrio», scrive Pievani. «Non vi è ragione per ritenere che l’imperfezione attuale (del sesto tipo) non ci fosse anche in passato.»
Anche nel Paleolitico c’erano conservatori che dicevano «Era meglio restare sugli alberi!», mentre il mondo attorno era già cambiato. Roy Lewis lo racconta perfettamente nel romanzo Il più grande uomo scimmia del Pleistocene (1960): zio Vania nostalgico contro le innovazioni — fuoco, frecce, lance, matrimonio.
Mismatch totale — Quando gli adattamenti tradiscono
Entriamo nel dettaglio. Cosa succede quando un adattamento positivo in un ambiente diventa disadattamento in un altro?
Il sistema digestivo — Evoluto per la carestia, immerso nell’abbondanza
«Se il nostro apparato digerente si è evoluto per lungo tempo in un contesto ambientale in cui il cibo era scarso e incerto», spiega Pievani, «il suo adattamento consisterà giustamente nel cercare di assorbire più calorie possibile appena trova una fonte di nutrimento, in modo da immagazzinare zuccheri e grassi per più tempo possibile fino al prossimo, incerto rifornimento.»
Perfetto. Per 200’000 anni.
Ma ora? «Un adattamento del genere diventa però assai controproducente se l’individuo si trova improvvisamente immerso in un mondo di fast-food e junk-food.»
La fornitura di cibo «in pochi millenni si è rovesciata da ‘scarsa e incerta’ ad ‘abbondante e continuativa’ per una parte rilevante dell’umanità». Il risultato? Obesità come disadattamento ambientale.
Non sei debole. Non sei pigro. Sei calibrato per un ambiente che non esiste più.
Il sistema del piacere — Dirottato da surrogati
Il piacere si è evoluto come «incentivo e guida per comportamenti che favoriscono la sopravvivenza e la riproduzione». Sesso. Cibo. Esplorazione. Socialità.
Ma oggi? «Piaceri, culturalmente costruiti ma biologicamente gratificanti, che nulla hanno a che fare con la funzione originaria.» Televisione. Gioco d’azzardo. Social network. Videogiochi. Droghe.
Le piante e le sostanze psicotrope? «Hanno escogitato una libreria intera di sostanze psicotrope che approfittano delle imperfezioni naturali per far breccia nei sistemi di piacere degli animali.»
La vulnerabilità alle droghe? «La radice del piacere evolutosi un tempo è ancora lì che agisce, ma senza più la funzione originaria. Gira a vuoto e cerca surrogati.»
«Aver avuto bisogno tanto tempo fa di zucchero, tutto e subito», conclude Pievani, «si tramuta nel desiderio insano di una caramella adesso, a ogni costo, come ricompensa immediata.»
La trappola evolutiva — Noi cambiamo il mondo, il mondo presenta il conto
E ora il colpo finale.
Microplastiche negli oceani. Barriere coralline sbiancate. Mari acidificati. Calotte polari in arretramento. «Il riscaldamento climatico causato dalle attività umane può essere visto come un grande e rischioso esperimento di ingegneria ambientale su scala planetaria», scrive Pievani.
«La biosfera se la caverà comunque. Homo sapiens non lo sappiamo.»
La sesta estinzione di massa è in corso. Cause: deforestazione, specie invasive, urbanizzazione, inquinamenti, caccia e pesca intensive. «La nostra firma nera sul pianeta», come scrivono Elizabeth Kolbert e Edward O. Wilson.
«Il deserto di plastica che lasceremo sarà ereditato da virus, batteri, meduse, blatte, ratti e scorpioni, loro sì, quasi perfetti.»
C’è un nome per tutto questo: «trappola evolutiva». Noi cambiamo il mondo. E il mondo presenta il conto.
«Non è facile uscirne.»
La sesta legge dell’imperfezione
Ricapitoliamo. Cinque episodi. Cinque livelli di imperfezione.
F1: Corpo rattoppato — tubi incrociati, residui inutili, difetti di fabbrica. F2: Prezzo del bipedismo — colonna verticale, parto impossibile, organi esposti. F3: Cervello stratificato — cinque strati in conflitto, discrasia evolutiva. F4: Mente da preda — veloce e sbagliata, bias cognitivi, memoria corta. F5: Mondo inospitale — universo letale, Terra ostile, mismatch totale.
E ora, la sesta legge dell’imperfezione, formulata da Telmo Pievani:
«Quando l’ambiente corre più veloce di noi, ci ritroviamo evolutivamente sfasati, e dunque sempre un po’ inadatti, imperfetti.»
Se un ingegnere presentasse questo report — creatura progettata per ambiente X, collocata in ambiente Y, con ambiente che cambia verso Z — non verrebbe licenziato.
Gli chiederebbero: «E adesso? Che si fa?»
Epilogo
Corpo rattoppato. Cervello a strati. Mente da preda. Mondo ostile. La creatura più imperfetta in un universo indifferente.
È tutto perduto, allora?
L’ultimo episodio ha la risposta. Ma non è quella che vi aspettate.
Perché in tutta questa storia di rattoppi, compromessi, mismatch e trappole, c’è un filo conduttore che non abbiamo ancora tirato.
L’imperfezione non è solo un difetto. È anche qualcos’altro. Qualcosa che Darwin aveva capito: «Dove c’è perfezione, non c’è storia.»
E dove c’è storia… c’è possibilità.
La domanda non è più: «Perché siamo così imperfetti?»
La domanda è: «Cosa possiamo FARE, sapendo che siamo così imperfetti?»
Serie: Finestre sulla Disillusione Episodio 5 di 6
Fonte principale: Telmo Pievani, Imperfezione. Una storia naturale, Raffaello Cortina Editore, 2019, pp. 151-156, 168-169
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