
Il 37% Non È Il Dato. Il Dato È Il 51%.
Il titolo lo avete visto passare. “Si fanno la pipì addosso, non conoscono i libri e non sanno tenere in mano una matita.” Un giornale ticinese, 22 aprile, un sondaggio inglese, due maestre svizzere. Il pezzo circola, ne parlate a cena, qualcuno lo manda in chat famiglia con un’emoji preoccupata.
Poi il pezzo elenca percentuali. Il 37% dei bambini non è pronto per la scuola. Il 26% non sa andare in bagno da solo. Il 28% non sa mangiare autonomamente. E poi due numeri che servono a chiudere la narrazione: l’80% dei bambini di cinque-sei anni sa usare bene il cellulare, il 90% alla pausa non riesce a spalmarsi il panino.
Tre di quei numeri vengono dal sondaggio inglese — il School Readiness Survey 2025 di Kindred Squared, condotto da Savanta su 1’076 operatori scolastici inglesi (Kindred Squared, 2026). Sono il 37%, il 26% e il 28%. Ho letto il report.
Gli altri due — l’80% sul cellulare e il 90% sul panino — non vengono dal sondaggio. Sono affermazioni delle due maestre svizzere intervistate, riportate tra virgolette, attribuite correttamente. Il giornale formalmente non bara: dice chi dice cosa.
Il problema non è formale. È accumulativo. Messi in fila uno sopra l’altro, i cinque numeri producono un allarme che nessuno dei cinque, singolarmente, produrrebbe. È la tecnica del collage: non stai mentendo, stai solo scegliendo cosa giustapporre. Il giornalismo del panico vive lì — non di bugie, ma di pesatura cumulativa. Tre dati di ricerca e due impressioni di maestre, impaginati nello stesso ritmo percentuale, sembrano un unico fronte di evidenza.
E l’effetto accumulativo fa il suo mestiere: ti distrae dal numero che non è nel titolo. Un dato vero, ricavabile dallo stesso sondaggio, che il giornale non ha scritto perché non fa titolo.
Il 51%
Il sondaggio chiede la stessa cosa a due gruppi diversi. Al personale scolastico — quelli che ricevono i bambini il primo giorno di settembre — e ai genitori di quei bambini. Quando chiedono agli insegnanti quanti bambini arrivano non pronti, la risposta è 37%. Quando chiedono ai genitori se il proprio figlio è pronto, l’88% dice di sì (Kindred Squared, 2026).
Ottantotto per cento dei genitori contro trentasette per cento degli insegnanti. Cinquantuno punti percentuali di distanza.
Quella distanza è il dato. Non il 37%.
Perché il 37% racconta qualcosa che, intuitivamente, accettiamo già: esiste un pezzo dell’infanzia che fatica a entrare nella forma “classe scolastica”. Ci credete prima di leggere il giornale. Il dato vi conferma. Chiudete il telefono.
Il 51%, invece, racconta qualcosa che non avete voglia di guardare: lo stesso bambino, visto da due angolazioni diverse, è due bambini diversi. Uno è il bambino di papà e mamma — capace, reattivo, vivo, “se lo conoscessi anche tu lo diresti”. L’altro è il bambino che entra in classe a settembre con altri venticinque bambini, e quel bambino non sa tenere una matita.
Non è una contraddizione. Non è che qualcuno mente. È la differenza tra “mio figlio” e “un bambino fra altri bambini”. Ed è una differenza che si misura in occasioni date.
Il panino non è un’autonomia. È un’occasione.
La parola “autonomia”, come viene usata nel pezzo di giornale, sembra indicare qualcosa che il bambino possiede o non possiede. Come se fosse un tratto — lui ce l’ha, lui no. E il titolo del giornale suggerisce la colpa: schermi, iperprotezione, un mondo troppo morbido.
Ma spalmare il panino non è un’autonomia. È un gesto che si impara quando qualcuno ti passa il coltellino di plastica e non si alza a farlo al posto tuo. Tenere una matita non è un’autonomia. È la conseguenza di centinaia di pomeriggi in cui qualcuno ti ha dato carta e pastelli invece di mettere un cartone animato. Aspettare mezz’ora senza mamma senza crollare non è un’autonomia. È quello che impara un bambino che, almeno ogni tanto, sta mezz’ora senza mamma.
Queste non sono capacità che maturano dentro il bambino come matura un dente. Sono occasioni date. Quando l’occasione manca, la capacità non nasce. Non perché il bambino sia diverso — ma perché non gli è successo ancora.
C’è un punto in cui la ricerca peer-reviewed è rigorosa e va ascoltata: gli schermi sono associati a sviluppo del linguaggio, autoregolazione e funzionamento sociale con i pari (Gath et al., 2026, Developmental Psychology, N=6’281 bambini neozelandesi seguiti longitudinalmente). Ma anche lo studio più solido parla di associazione, non di nesso causale diretto sul “non sapersi pulire”. Non esiste, oggi, uno studio peer-reviewed che dica “il bambino non spalma il panino perché ha troppo cellulare”. Quello che esiste è un’altra cosa: il tempo passato con uno schermo è tempo non passato a spalmarsi il panino sotto lo sguardo paziente di qualcuno che aspetta.
Gli schermi, qui, non sono la causa. Sono il sintomo più visibile di un fenomeno più ampio: lo spazio relazionale si è ristretto. I bambini passano meno ore con altri bambini senza adulti che coordinano. I pomeriggi liberi sono diventati pomeriggi organizzati. I cortili sono vuoti. I cugini vivono altrove. Il vicino di casa non bussa più. E in quello spazio che si è ristretto, tante microscopiche occasioni — spalmare, aspettare, cadere, aggiustare, rialzarsi da solo — sono uscite dal menù. È la versione-bambini dello spazio relazionale che si è ristretto: quando scompare la rete degli adulti, scompare anche la palestra dei bambini.
Chi vede meno, vede meglio il suo
Il gap del 51% si spiega allora da solo. I genitori non sbagliano quando dicono “il mio è pronto”. Il loro bambino, nel contesto in cui lo vedono — a casa, con loro, nei tempi loro — funziona. Si alimenta, si veste, comunica, risolve. L’insegnante non sbaglia quando dice il contrario. Il bambino che arriva a scuola è lo stesso bambino, ma in un contesto dove gli altri non gli passano il coltellino, non gli aggiustano la zip, non gli ricordano di andare in bagno. E in quel contesto, il bambino non ha ancora fatto abbastanza prove per cavarsela.
Non è un dramma pedagogico. È un problema di matematica delle occasioni. I bambini di oggi stanno fisicamente meno in contesti dove se la devono cavare da soli. Quindi arrivano a scuola con meno prove alle spalle. Gli insegnanti lo vedono e si preoccupano. I genitori lo vedono e non si preoccupano. Entrambi hanno ragione.
Il giornale ticinese ha scelto di impaginare tre dati di ricerca e due affermazioni aneddotiche nello stesso ritmo percentuale. Ha fatto il suo mestiere — il giornalismo vive di titoli, e il titolo vive di accumulo. E il meccanismo ha funzionato: il pezzo, pubblicato il 22 aprile alle 21:00, ha superato le 50’000 letture in meno di ventiquattro ore. Significa che decine di migliaia di genitori ticinesi hanno in mente non una selezione di cinque numeri, ma la loro somma emotiva. E — più grave — non hanno in mente il 51%, perché quel numero non è nel titolo e non è nei bullet. È un dato che richiede una sottrazione a mente.
E questo non è un difetto del giornale. È come funziona la società che abbiamo costruito: rumore su rumore, evidenza e impressione impaginate allo stesso modo, numeri drammatici in grassetto e numeri rivelatori da ricavare a mente. I genitori che leggono quell’articolo non escono con una decisione — escono con un’ansia. E l’ansia si rivolge al 90%, non al 51%. Vigila il panino, controlla il cellulare. Non torna mai a
guardare
chi
ha
davanti.
Cosa resta
Non vi dirò di spegnere lo schermo. Non vi dirò di spalmare più panini. Non vi dirò di mandare i figli al parchetto.
Vi dirò una cosa sola, e poi chiudo.
Il 37% è la risposta. Il 51% è la domanda.
Bibliografia
Fonti scientifiche
Kindred Squared. (2026). School Readiness Survey 2025. Research conducted by Savanta. Campione: 1’076 primary school staff + 1’004 parents of children entering Reception in 2025. Fieldwork: 28 October – 17 November 2025, online. Recuperato da https://kindredsquared.org.uk/wp-content/uploads/2026/01/School-Readiness-Survey-January-2026-Kindred-Squared.pdf
Gath, M., Horwood, L. J., Gillon, G., McNeill, B., & Woodward, L. J. (2026). Longitudinal associations between screen time and children’s language, early educational skills, and peer social functioning. Developmental Psychology, pubblicato online 9 gennaio 2025. Studio longitudinale prospettico su 6’281 bambini (coorte “Growing Up in New Zealand”). DOI: 10.1037/dev0001907
Articolo oggetto del contrappunto
Keller, S. (2026, 22 aprile). Si fanno la pipì addosso, non conoscono i libri e non sanno tenere in mano una matita. tio.ch (ripreso da 20min.ch). https://www.tio.ch/svizzera/attualita/1919675/bambini-infanzia-scuola-molti-sa-conoscono-libri-mano-sanno-addosso