
Il Docente Che “Ce L’Ha Con Tuo Figlio” — E Il Motivo Non È Quello Che Pensi
Settembre. Riunione genitori di inizio anno. Obbligatoria.
La maestra ha preparato tutto. Ventidue sedie disposte a semicerchio. L’agenda stampata. I fogli con le regole. Il programma dell’anno. Ha passato il weekend a pensare a come presentarsi. A come dire le cose giuste senza spaventare nessuno.
Arrivano sedici famiglie.
Sei sedie restano vuote.
Sei famiglie su ventidue non si sono fatte vive.
La maestra guarda quelle sedie. Non sa perché sono vuote. Forse un turno che non perdona. Forse tre figli e nessuno che li tenga. Forse l’ultima riunione, dove quel genitore si è sentito giudicato e ha deciso che non valeva la pena tornarci.
Non lo sa. Ma sente qualcosa, mentre guarda quelle sedie.
Solitudine.
La stessa che sentirà a novembre, quando chiederà “collaborazione” e il silenzio sarà lo stesso.
Ora fermati un secondo — che tu sia andato a quella riunione o no. Perché quello che segue riguarda tutti.
Sai cosa ti sta chiedendo davvero, la maestra?
La domanda che nessuno fa
C’è una domanda che nessun genitore vuole sentire.
Non è “tuo figlio ha l’ADHD?”. Quella l’abbiamo affrontata nell’episodio 1.
Non è “gli dai troppo schermo?”. Quella l’abbiamo affrontata nell’episodio 2.
La domanda è questa:
Ha senso continuare ad adattare la scuola a bambini che arrivano senza le condizioni per stare in classe? O ha senso chiedersi cosa manca a casa — non per colpa, ma perché nessuno lo ha mai spiegato?
Rileggila.
Perché la risposta che dai a questa domanda cambia tutto. Cambia come guardi la maestra. Cambia come guardi tuo figlio. Cambia cosa fai tra le 16 e le 20.
Cosa arriva a scuola alle 8:15
Classe seconda elementare. Ventidue bambini.
La maestra inizia la lezione.
Dopo tre minuti, otto bambini hanno già perso il filo.
Non sono stupidi. Non sono cattivi. Non hanno (necessariamente) l’ADHD.
Sono bambini che tra le 16 e le 20 del giorno prima hanno fatto questo:
- Due ore di schermo passivo — YouTube, TikTok, cartoni
- Zero tempo di noia non strutturata
- Zero gioco fisico esplorativo
- Zero narrativa lunga — nessuno gli ha letto o raccontato niente
Il loro cervello è arrivato a scuola come un motore che non è mai stato acceso. Le funzioni esecutive — memoria di lavoro, controllo degli impulsi, flessibilità, attenzione — non si accendono da sole. Si allenano. Con il gioco, con la noia, con il racconto, con il caos. Con tutte quelle cose che lo schermo ha sostituito.
La maestra lo vede. Ogni giorno. Da anni.
Vede la differenza tra il bambino che a casa esplora, si annoia, costruisce, rompe — e quello che a casa guarda.
Il primo regge venti minuti di lezione. Il secondo crolla dopo tre.
Ora moltiplica quel crollo per otto bambini. Per sei ore. Per centottanta giorni.
Succede qualcosa che nessuno dice ad alta voce.
Il docente non è più neutro.
Non è cattiveria. Non è mancanza di professionalità. È umanità. Sei ore al giorno, cinque giorni a settimana, con otto bambini che non reggono niente — produce qualcosa che somiglia al risentimento. I dati lo confermano: il 40% dei docenti in Canton Ticino riporta sintomi di burnout. Non per i programmi. Non per lo stipendio. Per la gestione di classi dove un terzo dei bambini arriva senza le basi per stare in un gruppo.
Quando la maestra dice “non collabora”, non sta parlando di tuo figlio.
Sta parlando della sua disperazione.
Cosa ti chiede davvero il docente
“Serve più collaborazione a casa.”
L’hai sentita. Annuisci. Torni a casa. Non sai cosa fare.
Perché pensi che “collaborazione” significhi:
- Controllare i compiti
- Firmare il diario
- Mandare merenda sana
No.
Quello che il docente ti sta chiedendo — senza saperlo formulare — è:
Strutture invisibili.
Trenta minuti al giorno di narrativa. Qualcuno che racconta o legge a tuo figlio qualcosa che dura più di un Reel. Una storia con un inizio, un problema, una soluzione. Non come “attività educativa”. Come condizione per lo sviluppo del cervello.
Venti minuti al giorno di caos permesso. Come l’uovo da venti centesimi di Lascialo Saltare. Niente regole, niente proposte, niente “perché non fai…?”. Solo spazio e oggetti disponibili.
Zero contenuti sotto i dieci secondi. Niente TikTok. Niente Reels. Niente Shorts. Non come regola morale. Come allenamento neurologico.
Questo è quello che serve perché tuo figlio arrivi a scuola con un cervello acceso.
Non è la maestra che è esigente. È il cervello che è esigente. Ha bisogno di condizioni per funzionare. E quelle condizioni le crei tu. A casa. Tra le 16 e le 20.
I dati PISA 2022 per la Svizzera italiana dicono che la lettura autonoma è calata del 37% in dieci anni. Non è un trend. È un crollo. E quel crollo arriva a scuola ogni mattina alle 8:15, sotto forma di bambini che non riescono a seguire una frase fino in fondo.
Il circolo che nessuno vede
Eccolo, il circolo vizioso. Passo per passo.
Uno: Il genitore non sa che le ore 16-20 costruiscono il cervello. Nessuno glielo ha detto. Non è colpa sua.
Due: Lo schermo riempie il vuoto. Il bambino è fermo. Il genitore sopravvive. Non è pigrizia — è l’unico aiuto rimasto quando il villaggio non c’è più.
Tre: Il bambino arriva a scuola senza funzioni esecutive allenate. Non regge. Non aspetta. Non immagina. Non pianifica.
Quattro: Il docente gestisce otto bambini così su ventidue. Ogni giorno. Per mesi. La frustrazione cresce. Non verso il bambino. Verso il sistema che lo produce.
Cinque: Il genitore percepisce la frustrazione. Pensa: “ce l’ha con mio figlio”. Si chiude. Smette di rispondere al diario. Non viene più ai colloqui.
Sei: Le sedie restano vuote. A settembre e per tutto il resto dell’anno.
E il circolo ricomincia.
Tre cose che puoi fare
Piccole. Concrete. Da domani.
STEP 1: Micro-strutture domestiche
Non serve rivoluzionare la giornata. Servono due slot fissi. Quaranta minuti totali.
Slot Caos (20 minuti): Un momento protetto dove tuo figlio può esplorare senza regole. Pentole, cuscini, scatole, fango. L’uovo costa venti centesimi. Il fallimento scolastico costa anni.
Slot Narrativa (20 minuti): Leggi. Racconta. Inventa. Qualsiasi cosa che duri più di tre minuti e non abbia uno schermo. Ogni sera.
Quaranta minuti al giorno. È tutto quello che serve.
STEP 2: La domanda che nessun genitore fa
Alla prossima riunione — o anche prima, via email, al telefono — fai questa domanda:
“Cosa posso fare a casa perché mio figlio arrivi a scuola più pronto?”
Non “come vanno i voti”. Non “si comporta bene?”.
Cosa equipaggiare.
Il docente non se lo aspetta. Probabilmente ti guarderà sorpreso. E poi ti dirà esattamente cosa serve. Perché lo sa. Lo vede ogni giorno. Nessuno glielo chiede mai.
STEP 3: Micro-coalizione
Non puoi farcela da sola. Il villaggio non c’è più.
Ma puoi costruirne un pezzo.
Due famiglie. Un pomeriggio a settimana. I bambini giocano tra loro — senza schermi, senza attività organizzate. Tu respiri. L’altra famiglia respira. I bambini allenano le funzioni esecutive nel contesto in cui si sono evolute: il gruppo di pari.
Non è un doposcuola. Non è un servizio a pagamento. È mutualismo. Lo stesso sistema che ha funzionato per centinaia di migliaia di anni.
Una scelta, una traiettoria
Questo articolo ti ha fatto una domanda scomoda.
Non “la scuola è adeguata?”.
Ma “il bambino che consegni alla scuola è equipaggiato?”.
Non è colpa tua se nessuno te lo ha mai detto. Non è colpa del docente se è esausto. Non è colpa di tuo figlio se non regge.
È il circolo. E il circolo si spezza in un punto solo.
A casa. Tra le 16 e le 20.
Quaranta minuti. Venti di caos. Venti di voce.
La maestra non “ce l’ha con tuo figlio”. La maestra sta affogando. E tu hai una corda in mano.
Basta decidere di lanciarla.
Se vuoi capire perché il cervello di tuo figlio ha bisogno di queste condizioni, parti da qui: Quello Che Hanno Perso. Lì scoprirai quali condizioni costruivano il cervello dei bambini per centinaia di migliaia di anni, e perché oggi non succede più.
Se ti riconosci nella fatica di reggere tutto da sola, leggi Il Villaggio Fantasma — perché il problema non sei tu, è il sistema.
Se invece vuoi un protocollo pratico per la prossima settimana, inizia da qui: Sette Giorni.
Se conosci qualcuno che sta vivendo questa fatica — da genitore o da docente — giragli questo articolo. A volte basta capire il circolo per iniziare a spezzarlo.
Fonti scientifiche:
- Diamond, A. (2013). “Executive Functions.” Annual Review of Psychology, 64, 135-168. DOI: 10.1146/annurev-psych-113011-143750
- PISA 2022, Svizzera italiana — Lettura autonoma: -37% in 10 anni
- Dati burnout docenti Canton Ticino — ~40% sintomi burnout (fonti DECS)
- Elder, T. E. (2010). “The importance of relative standards in ADHD diagnoses: Evidence based on exact birth dates.” Journal of Health Economics, 29(5), 641-656. PMC4443828
- Pievsky, M. A. & McGrath, R. E. (2018). “The Neurocognitive Profile of Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder.” Journal of the International Neuropsychological Society, 24(4), 367-383. DOI: 10.1017/S1355617717001126
Nota metodologica: Le scene in classe sono composite, costruite su osservazioni aggregate e non riferite a docenti o scuole specifiche. I dati sul burnout docenti Canton Ticino provengono da rilevazioni DECS. Il rapporto “8 su 22” è una stima illustrativa coerente con la letteratura sulla prevalenza di difficoltà attentive in classi elementari, non un dato statistico puntuale.